Disobbedienza populista

L’accusa di “populismo“, in questo nostro inizio di millennio, sembra destinata a rimbalzare da un media all’altro, dalle prime pagine dei giornali alle copertine dei tg.

Populismo è oramai una parola buona per tutte le stagioni, utile a definire spregiativamente una serie di movimenti tendenzialmente “anti-sistema”, che si richiamano ad un “popolo” contrapposto alle élite. Per dirla con Alberto Bagnai, «è il termine con il quale certi sinistri intellettuali etichettano qualsiasi circostanza nella quale il popolo non fa ciò che loro hanno deciso che faccia».

Così come alle élite socio-economiche non interessa definire meglio ciò che è populista, bensì agitarne lo spauracchio, allo stesso modo a noi preme ora – anziché analizzarne la semantica – dare una lettura del populismo alla luce dell’uso che di questo “insulto” fanno i tutori dell’ordine simbolico.

La nostra tesi è che accusare di populismo serva a dare una patina di illegittimità e pericolosità a determinate tesi, per bloccarne la discussione sul nascere. Noi riteniamo, invece, che quello che viene additato come populismo sia innanzitutto una reazione alle difficoltà: una reazione legittima ad un disagio reale.

A questo proposito, secondo voi chi ha detto: «in greco xenofobia vuol dire paura dello straniero, mentre viene usato nel dibattito pubblico come razzista. La paura dello straniero è un sentimento più meno razionale, ma del tutto legittimo. Nessuno deve vergognarsi di aver paura di qualcosa».

Un aggressivo leghista? Un esaltato pentastellato? Un destroide populista?

La citazione è di Luca Ricolfi, che ha un cursus honorum, per così dire, di tutto rispetto: sociologo all’Università di Torino, editorialista di importanti testate (La Stampa, Il Sole 24 Ore, Messaggero), “organico” ad una certa sinistra borghese e illuminata. Un autore non sospetto di complottismo, facilmente riconducibile all’élite (perlomeno accademica).

Qui brevemente “cannibalizzeremo” alcune sue conclusioni, contenute nel suo ultimo libro. Lo faremo perché la riflessione di Ricolfi è paradigmatica: è un tentativo di critica dall’interno del sistema, che coglie le istanze populiste (o popolari?) e cerca di capirle, piuttosto che giudicarle.

Ma soprattutto, è la storia di un ripensamento. Dice Ricolfi: «L’idea, a cui io stesso mi sentivo vicino, era che l’eguaglianza potesse essere garantita dal mercato: cioè un mercato funzionante, con alte dosi di meritocrazia, avrebbe potuto promuovere una maggiore uguaglianza. Non era folle come progetto. Ma è fallito». Forse la sinistra dovrebbe rendersi conto che, se non folle, era un progetto quantomeno bislacco e contraddittorio; ma quello che ci interessa è sottolineare come questo insigne studioso bacchetti la propria parte politica per un motivo semplice: avere dimenticato quelli che sono i problemi reali degli “ultimi”.

Nel 1989, con la caduta al muro di Berlino, in tutto l’Occidente la sinistra si converte al mercato: spiazzata dal successo del capitalismo, si abbevera delle leggi del mercato e se ne innamora, diventa politicamente corretta e non riesce più a comprendere i bisogni popolari.

Inizia così ad occuparsi sempre più (per non dire esclusivamente) di questioni che non interessano i ceti popolari: non parla più della distribuzione del reddito tra profitti e salari, dell’inflazione, o di come aumentare gli investimenti, ma inizia a parlare di eutanasia, d’indulto, di ambiente. Una serie di tematiche che – per quanto importanti – non spostano un euro e non costano, che non costringono a muovere risorse da un settore all’altro (o da una classe all’altra), ma soprattutto che interessano quasi esclusivamente il ceto medio.

A chi sta in una periferia degradata, non importa molto dei matrimoni gay: gli importa della disoccupazione, del degrado, della criminalità, dei pericoli per strada, delle buche, delle code alla ASL… sono questi i problemi che interessano la gente che sta in situazioni difficili. Ma di questa gente la sinistra non si occupa più. La sinistra oramai guarda e si rivolge esclusivamente ai “garantiti”.

È proprio nel momento in cui si è persa la capacità di entrare in sintonia col popolo, che si inizia a temerlo accusandolo di populismo. Come dice Ricolfi, e non solo lui, la domanda populista è domanda di protezione, essenzialmente da due rischi: difficoltà economiche e immigrazione. Le prime sono il diretto risultato, voluto o incosciente, delle politiche che le classi dirigenti hanno scelto di perseguire per il loro irrazionale interesse di arricchimento. La seconda mostra tutti i limiti e le incapacità di gestire il fenomeno da parte di una élite buonista o dalle ricette semplicistiche.

La vera chiave di volta sarebbe capire come il sistema gestirà questo sovraccarico di ansie, paure, rabbie. Un indizio per formulare un’ipotesi è rilevare che “populismo”, ai nostri giorni, rimane un insulto “politicamente corretto” che corrisponde a un interdetto: un vero e proprio tabù escludente dal dibattito politico, che al pari degli altri tabù politicamente corretti, impedisce la riflessione critica e stronca sul nascere qualsiasi pensiero alternativo.

Le élite tuttavia hanno fatto i conti senza l’oste…dell’irrazionalità umana, dell’istinto collettivo di sopravvivenza che sembra indirizzare le popolazioni chiamate al voto. E allora accade l’imprevedibile: Brexit, o Trump. Non più e non solo l’astensione come protesta.

Vengono ricercate vie d’uscita dalla crisi del tutto dubbie, ma frutto di proteste comprensibili più o meno razionalizzate, non di ossessioni dementi. Come un animale stretto all’angolo, il “popolo” (classi popolari, ma anche buona parte del ceto medio) reagisce in maniera naturale. Le scienze mediche chiamerebbero tali risposte “reazione attacco-fuga“.  Noi lo chiamiamo istinto di sopravvivenza al disastro imminente.

Se questo fenomeno di “disobbedienza populista” del popolo alle élite si ripeterà ancora, bisognerà riflettere su come agisce e si attiva questo istinto collettivo, che spinge le masse a fare esattamente il contrario rispetto a ciò che l’establishment suggerisce. E si dovrà capire quali risposte potrebbe dare questo establishment minacciato.

I risultati potrebbero essere conflittuali e, per così dire, “pirotecnici“. Il rito della democrazia a suffragio universale comincerebbe a rappresentare un serio pericolo, non più un sicuro sostegno, per il potere costituito. E a quel punto il potere potrebbe decidere di gettare la maschera liberale archiviando l’assetto democratico, fino a quel momento sua bandiera di libertà e di rispetto del consenso popolare, per preservarsi a qualsiasi costo.

In conclusione, la nostra non intende essere una difesa d’ufficio o di appartenenza del populismo: per definire Aristoteles populista dovremmo prima davvero definire di quale populismo stiamo parlando. In una specifica accezione, che non vi riveleremo, siamo orgogliosamente populisti. Quel che è certo è che, se la contrapposizione sarà tra elité e populismi vari, riuscirete facilmente a trovarci dall’unica parte giusta.

In evidenza

Acido kalergico. Immigrazione, sedativi buonisti e bad trip

Chi ama il politicamente corretto è pregato di voltare pagina web.

Nell’era di Internet molti cittadini vivono in una personalissima bolla di irrealtà e non sono propensi a mettere in dubbio verità consolidate, specie su argomenti sensibili come l’immigrazione, dove ciascuno coltiva granitiche certezze.

Quando si osa affrontare tali materie si corre il rischio di assistere a isterismi veri e propri, accompagnati da denunce di razzismo lanciate in ogni occasione, per conflitti di ogni tipo, la qual cosa fa perdere la capacità di leggere la realtà e soprattutto porta a inimicarsi sempre più ampie fette di popolazione, che si sentono additate (“siete degli ignoranti”), attaccate, non comprese nelle loro paure ed esigenze.

Sempre più spesso, ci si imbatte in individui che – per opporsi a fantomatici fascismi e per paura di “dargli spazio” – finiscono per sottacere, o addirittura negare, l’esistenza di problemi concreti legati all’integrazione, giungendo così a difendere l’indifendibile.

Un po’ come accade per le tante difficoltà e ingiustizie legate all’Unione Europea, dove si ripete la stessa strategia della rimozione, la stessaanestesia della ragione: i problemi vengono negati per paura di aprire il campo alla destra, lasciando gioco facile proprio a chi critica l’UE da posizioni estreme, che può ergersi ad unico difensore dei ceti popolari. Una siffatta opposizione finisce per alimentare esattamente quello che vorrebbe combattere.

Uno dei miti buonisti assai cari alla sinistra l’ha condotta a negare la dimensione sociale e il dramma economico vissuti da milioni di persone che entrano in diretto contatto con l’immigrazione. Non è del resto un caso che i voti della sinistra si concentrino nei quartieri borghesi e diventino sempre più occasionali nelle ex aree industriali e nelle periferie. Grillo dichiarò a questo proposito qualcosa di importante: «se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità […] il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico. Sostituirsi all’opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono “educare” i cittadini, ma non è la nostra».

La vera frattura è tra le storie che vogliamo raccontarci e le situazioni oggettive che si creano. Se il Paese reale è impoverito, vittima di crisi, austerità, tagli alla spesa, privatizzazioni, precarietà, disoccupazione, e il ceto politico semplicemente lo nega, le persone non crederanno più nel sistema.

L’ascesa sociale è bloccata se non invertita, bisogna riconoscerlo. Per gli italiani far quadrare i conti è un rompicapo, e ogni volta che provano a chiedere un servizio o un sostegno si accorgono che c’è sempre meno: questa è la loro esperienza reale. Ma la percezione è che invece per iprofughii soldi ci siano. Su questo crinale la teoria del complotto trova terreno fertile, si diffonde e si carica di bufale.

Il lavoratore italiano concepisce l’immigrato come competitor, come crumiro oggettivo (per quanto involontario), più che come compagno. E francamente è comprensibile che sia così. I non-italiani sono infatti prontissimi a fare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario. Sono malvisti dai disoccupati, che sentono la loro concorrenza come una prepotenza da cui nessuno li difende.

Sono gli italiani ad essere troppo schizzinosi, a non voler raccogliere pomodori a 2 euro l’ora, e quindi a creare questo mercato per il lavoro immigrato? È così? Poveri contro poveracci?

A parte che ormai gli italiani ci vanno, a raccogliere pomodori per questi salari da fame, è evidente che il problema sia il sistema-paese, che questi lavori offre, e non altri; mentre esporta ricercatori nelle università di tutto il mondo, l’Italia attira braccianti agricoli.

Esiste certamente alla radice dello sviluppo di un’economia capitalistica la necessità per il capitale di stratificare il mercato del lavoro, per costruire settori poveri di forza lavoro, che garantiscano l’accumulazione e i profitti. Ma il vero problema del nostro paese è che la parte maggioritaria dell’occupazione è oramai concentrata nel settore più povero del lavoro.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, dice il proverbio. Allora forse gli immigranti sono il dito e il sistema economico la luna. Dobbiamo decidere se fermarci al dito, oppure mirare alla luna. Ma dobbiamo anche modificare il proverbio: chi si sofferma così tanto sul “dito” dell’immigrazione non lo fa perché è stolto. L’occhio in questo caso si sofferma su una piaga grave, concreta, oggettiva. Il detto potrebbe diventare: quando il saggio indica la luna, il sofferente guarda il dito.

Non è negando i problemi delle nostre periferie legati all’immigrazione, né rimuovendone i contrasti sociali, culturali, religiosi che si risolverà il problema. Anzi, così facendo chiuderemmo gli occhi sia di fronte alla luna, sia al dito, confermando a milioni di nostri concittadini quel che già sentono in cuor loro: che sono soli e abbandonati.

L’Italia era una grande potenza industriale, mentre ora è diventata una semplice periferia dell’impero; d’altra parte il sistema si adegua al livello di competenze della sua offerta di lavoro. Se il bacino di offerta di lavoro si dequalifica, anche tramite l’immissione di grandi quantità di immigrati, verrà meno l’incentivo a fornire maggiore valore aggiunto alle produzioni.

Come ci insegnano gli economisti, tra due beni necessari alla produzione, capitale (cioè investimenti) e lavoro, gli imprenditori utilizzeranno tendenzialmente il bene che costerà di meno. Dopo il bazooka di Draghi il denaro costa poco, ma le banche non lo prestano facilmente a chi fa impresa: i profitti sono infatti molto maggiori per gli investimenti finanziari che per quelli nell’economia reale. Il lavoro, invece, può essere immigrato, nero, irregolare, precario, ed è oggi sempre più abbondante. Meglio più lavoratori sottopagati che un macchinario all’avanguardia, per banalizzare all’estremo.

L’offerta di lavoro quindi si lega a un sistema industriale dismesso, alla debolezza del nostro apparato produttivo che crea una domanda di lavoro a basse competenze e bassi salari. E solo dentro alla trasformazione degli assetti produttivi italiani (nell’assetto più complessivo della divisione internazionale del lavoro) si può parlare di omologazione delle condizioni di lavoro tra migranti ed autoctoni. Il problema è principalmente questo.

L’obiettivo deve essere invertire la rotta, aprendo un conflitto con l’Europa e con tutti i livelli istituzionali ad essa collegati. Frenare l’immigrazione senza proporre una nuova politica industriale e un nuovo paradigma produttivo, significa esclusivamente raccontar(si) delle storie (Althusser).

In conclusione, che la manodopera straniera in alcuni casi vada a occupare posti che potrebbero essere appannaggio della manodopera nazionale è una realtà oggettiva, frutto della crisi e del declino economico e produttivo del nostro Paese. E accettare il fatto che in alcuni casi gli immigrati entrino direttamente in competizione con i lavoratori locali, è un primo passo verso il riconoscimento della realtà. Ma questo è il risultato di molteplici cause storiche, sociali e politiche, non di una strategia preordinata di “sostituzione” dei popoli europei. Non esiste il “Piano Kalergi”.

I complotti sono nella storia, ma nella storia non tutto è un complotto; qualche setta o organismo segreto proverà anche a tramare nell’ombra, ma ciò che caratterizza le élite è essenzialmente un insopprimibile conflitto strategico per dirigere a vantaggio dell’una o dell’altra le “cose che accadono”. Pertanto, l’immigrazione va davvero gestita nella sua concretezza. “Tutti dentro” o “tutti fuori” sono solo slogan da campagna elettorale, che vanno smascherati e smontati. Ne parleremo ancora, quindi restate sintonizzati.

L’anestesia serve a non provare dolore, ma fa chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Al contrario, l’acido kalergico può avere un suo fascino, ma va assunto con estrema moderazione. Crea forte dipendenza psichica, e non è raro dia luogo a disorientamento, panico, paranoia e «bad trip».