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Toglietemi Tutto, ma non la mia TAV

Sabato 10 novembre si è svolta a Torino una imponente manifestazione, che intendeva richiamare alla memoria la marcia dei 40.000 quadri Fiat.

Oltre venticinquemila cittadini (tra imprenditori, sindacati, professionisti e politici) si sono riuniti davanti al palazzo della Regione Piemonte per esprimere il proprio sostegno all’Alta velocità e il rifiuto della decrescita.

Su Repubblica emerge con chiarezza la composizione della piazza:

Il sit-in è stato promosso dall’associazione “Sì Torino va avanti” e da “Sì lavoro”, legata a Mino Giachino, ex sottosegretario ai Trasporti del governo Berlusconi, che ha lanciato una petizione online arrivata a più di 65mila sottoscrizioni. Hanno aderito il Partito democratico, i moderati, Forza Italia e anche la Lega. In piazza anche i Radicali Fratelli d’Italia, che raccolgono firme per due referendum.

Alla testa di tutto, c’è la Confindustria:

Confindustria ribadisce “con forza l’assoluta necessità di completare i lavori della Tav”. E annuncia “che proprio a Torino convocherà un Consiglio generale straordinario allargato alla partecipazione dei Presidenti di tutte le Associazioni Territoriali d’Italia per protestare insieme contro una scelta, il blocco degli investimenti, che mortifica l’economia e l’occupazione del Paese.

È stato il trionfo di una cultura sviluppista, di coloro che si schierano a “favore delle infrastrutture” e contro “l’immobilismo ideologico del Movimento 5 Stelle”.

C’è solo una nota stonata, dicono alcuni: poca partecipazione da parte dei giovani.

Come evidenzia Davide Ferrario sul Corriere della sera, “al di là dei temi della mobilitazione, la cosa che più colpiva chiunque fosse lì o guardasse poi un’immagine della piazza era l’età dei partecipanti: una marea di teste grigie e di volti maturi, con una minima partecipazione giovanile”.

La spiegazione, madamin, è presto data: tra i Sì Tav non troviamo giovani non solo perché (si sa) sono bamboccioni disincantati e disinteressati, ma perché in Italia si è registrato un calo demografico tale che di giovani, oramai, non ce ne siano quasi più.

Nessuno ovviamente che abbia concesso il beneficio del dubbio, e che si sia chiesto se – forse – di giovani in piazza non ve ne fossero, perché non in sintonia con le parole d’ordine lì evocate.

Furto con scasso generazionale.

L’occidente è diventato oramai una civiltà-Alzheimer.

Ci si ricorda di qualcosa per qualche minuto, non di più. I social network e i media sono un buco nero della memoria, dove ci si sbarazza degli avvenimenti con la stessa rapidità con cui questi mano a mano si affastellano. Un attacco a Gaza dite? Di che si trattava? Facebook ha rubato il nostro… cosa? Trump ha detto… cosa? E i giovani hanno un problema di… di cosa??

A differenza di quanto viene continuamente ripetuto, non è tanto la scarsa volontà politica a contraddistinguere la gioventù flessibile e precaria di oggi, ma il fatalismo. Essa non soffre di uno scarso potenziale di ribellione, ma di un eccesso di gelo che si riflette nell’incapacità di riunire gli individui attorno a programmi di carattere generale.

Quella attuale è la prima generazione moderna a non essere affatto sicura di procedere verso un futuro migliore, guidata com’è dalla sensazione che potrebbe essere l’ultima a sperimentare un ambiente (sociale e naturale) non degradato in modo irreparabile.

La convinzione che l’attuale modo di produzione possa condurre a squilibri talmente rilevanti da pregiudicare il nostro livello di civiltà si sta diffondendo in tutte le nazioni occidentali.

Questa tesi ha l’appoggio di molti scienziati qualificati, i quali – nella diversità delle sfumature – condividono l’idea che in tempi brevi l’odierno modello di sviluppo economico possa diventare causa di un insanabile degrado della nicchia ecologica in cui vive l’umanità.

Fino alla metà del secolo scorso, l’atteggiamento è sempre stato “occhio non vede, cuore non duole”. Ma oggi l’occhio vede, eccome!

Quella contemporanea è così diventata una coscienza abituata ad accogliere la catastrofe come rumore di fondo.

La maggior parte di noi è consapevole di quel che sta accadendo, perlomeno a un livello sotterraneo; in superficie tuttavia manteniamo un atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola tacita che impegna tutti a negare ciò che esiste.

In questo momento storico ci si accontenta di navigare a vista: non c’è rotta, ci si limita a cercare di schivare gli iceberg.

O meglio, sappiamo chiaramente che il nostro futuro assomiglia a una bomba ad orologeria sepolta, di cui non conosciamo il momento della detonazione, ma che fa sentire nel presente il suo ticchettio.

La nostra generazione ha interiorizzato quest’angoscia, si è abituata a sentire quel «ticchettio» dentro di sé.

Alla domanda che ci sentiamo porre spesso (“ebbene dimmi, chi sono coloro che fanno parte di questa fantomatica generazione?”) si è tentati di rispondere: quelli che sentono il ticchettio.

E all’altra domanda (“chi non ne fa parte in modo assoluto?”) la risposta potrebbe benissimo essere: quelli che non lo sentono.

Diniego.

Di fronte a queste preoccupazioni, gli interrogativi che ogni individuo si pone sono in fondo sempre gli stessi: è veramente un problema mio? Subirò davvero le conseguenze? In ogni caso, cosa posso farci?

Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi.

Questo fenomeno viene definito dalla psicologia sociale diniego, ovvero quello stato mentale in cui sappiamo e allo stesso tempo non sappiamo qualcosa, quel meccanismo psicologico che coincide col rifiuto da parte del soggetto di riconoscere una realtà traumatizzante per il soggetto stesso.

Ciò che Gesù aveva assunto a motivo di perdono per coloro che lo crocefissero – “costoro non sanno quello che fanno” – nel nostro caso non vale.

Sappiamo cosa facciamo, e lo sappiamo con una chiarezza sconvolgente.

Siamo tutti per lo più consapevoli che le attività umane danneggiano gravemente l’ambiente. Ma questa informazione viene ricevuta e non digerita, affonda nella coscienza senza produrre cambiamenti.

Nei confronti di questo fenomeno le armi dell’illuminismo si rivelano spuntate.

Non si può più semplicemente agire con un intento razionalizzatore-illuministico (“se solo sapessero…”), perché questo stato di coscienza non può essere scalfito da alcun invito a vivere consapevolmente, ad avere il coraggio di conoscere (sapere aude!).

Ed è illusorio credere che a partire da un sapere discenda necessariamente un fare.

Cultura del narcisismo.

Contro il diniego, non dobbiamo invocare la «verità», che talvolta non riusciamo a confessare nemmeno a noi stessi, ma la «responsabilità» di fronte a quel che sappiamo. Come sottolineato da Hans Jonas, è oggi necessario elaborare una nuova etica che inglobi la responsabilità verso le generazioni future, a cui non possiamo consegnare un ambiente sempre più degradato e un modello sociale insostenibile.

Purtroppo, una società che ha perso interesse per il futuro non può essere molto attenta ai bisogni delle nuove generazioni.

La retorica giovanilistica che pervade la nostra società cela in realtà l’indifferenza di chi ha ben poco da trasmettere alla generazione successiva, e che vede come prioritario il diritto alla realizzazione di sé.

Da un lato le coppie che rimandano o rifiutano la maternità e la paternità (spesso, non lo nascondiamo, per indiscutibili ragioni pratiche), dall’altro i riformatori sociali che auspicano una “crescita di popolazione zero”, testimoniano il lento dissolversi di qualsiasi interesse per la posteriorità.

In questa situazione, il pensiero della nostra sostituzione definitiva e della nostra morte diventa insostenibile, e produce tentativi di abolire la vecchiaia e di prolungare la vita indefinitamente.

Come rilevato da Christopher Lasch, il timore che la nostra società sia senza futuro, se da un lato si basa su una visione realistica dei pericoli che ci attendono, dipende simmetricamente da una incapacità narcisistica di identificarsi con le generazioni future: vivere per il presente – vivere per se stessi, non per i predecessori o per i posteri – si è così trasformata nell’ossessione dominante.
La metropolitana dei nostri figli.

La cosa più interessante è che questa sostanziale indifferenza si presenta sotto la forma di preoccupazione premurosa per le generazioni future, per i loro bisogni. “Sì alla Tav, la metropolitana dei nostri figli”, recita uno degli slogan dei manifestanti accorsi in piazza.

Parole che rimandano a un immaginario distorto, alienato, in cui i figli “pendolari” – cioè costretti a emigrare alla ricerca di quel lavoro che non trovano nel proprio Paese – si confondono con le merci che andrebbero a riempire i container dei convogli ferroviari.

Il doloroso sradicamento del migrante, che quasi mai sceglie volontariamente di abbandonare la propria terra, è assimilato al semplice pendolarismo dell’impiegato Fiat che accetta un viaggio di mezz’ora per andare al lavoro.

Ma in fondo, quale è l’alternativa? Mettere a punto una politica industriale seria, che crei posti di lavoro in Italia, in modo che i propri figli non debbano diventare “pendolari” in Francia o Germania? Pensare a una pianificazione economica su basi democratiche, più compatibile con le istanze di conservazione dell’ecosistema rispetto a qualsiasi filosofia del “privato è bello”?

No, perché, tra le altre cose, l’“Europa” (altra parola-chiave che ricorre ossessivamente negli slogan dei Sì Tav), ovvero l’Unione Europea, è strutturalmente incompatibile con qualsiasi tipo di intervento statale in economia (come noto, la normativa comunitaria su concorrenza e aiuti di Stato limita moltissimo la capacità per un governo nazionale di decidere quali sono i settori strategici sui quali investire risorse). E poi questo andrebbe contro tutte le lezioni impartite da Repubblica, dal Corriere e in generale da tutta l’intellighenzia liberale.

E allora ben venga la schizofrenia della Confindustria, da sempre nume tutelare delle politiche di delocalizzazione, deindustrializzazione e di smantellamento dei diritti dei lavoratori, che si riempie la bocca con la parola “lavoro” per avvallare la TAV. E ha ragione chi elogia lo sviluppo delle infrastrutture, per poi fremere di indignazione quando si ventila la possibilità di nazionalizzare e magari potenziare quella rete infrastrutturale che in mano ai privati soffre di una condizione di abbandono (e non solo in Italia). Senza parlare della sanità, dell’istruzione, di vasti settori produttivi lasciati a se stessi.

In fondo l’importante è andare “avanti”. Verso quale destinazione? Non importa. Basta che il flusso di merci e persone sia efficiente, ininterrotto e se possibile sempre più frenetico. Non è necessario sapere quali merci viaggeranno sulla TAV, dove saranno prodotte, da chi e in quali condizioni. L’importante è che passino da Torino e non altrove, con una singolare forma di campanilismo che si contrappone al presunto integralismo localistico così frequentemente rimproverato al movimento No Tav.

Al pensionato togli tutto, ma non toccargli i cantieri.

Se ci credono veramente e amano la decrescita felice, qui intorno in Piemonte ci sono tante meravigliose valli dove possono comprarsi una mucca e una pecora e decrescere felicemente. Ma che lascino vivere noi.

Giovanna Giordano (promotrice comitato Sì Tav)

Alla signora Giordano, presidente del Rotary Torino Est, che un metro di TAV in più significhi un reparto di ospedale chiuso o il tetto di una scuola che non viene messo in sicurezza, importa poco o nulla.

Quando i singoli si scoprono incapaci di provare interesse per quello che succederà nel mondo dopo la loro morte, aspirano a restare eternamente giovani e percepiscono la prospettiva di essere sostituiti da altri come qualcosa di insopportabile.
Gli individui appaiono così privi degli stimoli a sacrificarsi per il bene dei posteri e della società, regredendo a comportamenti infantili e rinunciando all’atto maturo per eccellenza, che è quello della trasmissione.

Questa attenzione esclusiva all’oggi ha ripercussioni di larga portata, sia quando si prende in esame la questione ambientale, sia quella delle sempre più degradate condizioni di vita quotidiana della maggioranza della popolazione.

Proseguendo sulla strada tracciata sinora, le generazioni future rischiano di non avere le stesse opportunità di sviluppo di cui noi abbiamo goduto, ed è verosimile che il pianeta che a esse trasmetteremo sarà privo di molte delle risorse di cui abbiamo beneficiato per conquistare la nostra prosperità.

La società attuale sta così di fatto colonizzando il futuro, proprio come tanti colonizzatori europei, in passato, hanno razziato le risorse dei paesi del mondo da loro assoggettati.

Stop that train?

Non è un caso che, dopo mesi passati ad urlare al montare del fascismo incarnato dal governo pentaleghista, il primo grande momento di “lotta al populismo” che ha trovato l’approvazione entusiasta dei giornali e dei partiti politici dell’opposizione […] si sia coagulato in un’opposizione esplicita al movimento sociale e ambientale più forte e radicato degli ultimi 20 anni: il movimento notav.

Perché il movimento notav è ciò che è andato più a fondo su cosa è il capitalismo e cosa è la democrazia ponendo domande all’altezza della crisi sistemica in cui siamo immersi. 

Cosa significa sviluppo? Chi decide sui territori? Come si usano le risorse comuni? C’è un’altra comunità possibile che non passi dalla mediazione dell’opinione ma dall’attivazione politica? 

Infoaut

Siamo noi, e lo saremo sempre di più, a pagare le conseguenze di politiche sbagliate, fatte in gran parte in nostro nome.

Invece di fuggire – a Londra, Berlino, Parigi, Milano, Bologna – invece di lasciare questo paese, assumiamoci un compito.

È ora di dire basta: le battute sul fatto che non avremo una pensione (una sanità, un futuro) hanno smesso di farci ridere.

È ora di iniziare a occuparci della questione seriamente. Sapendo che nessuno ci regalerà nulla, e che è il caso di iniziare a mobilitarsi.

Siamo una generazione di snodo in un deserto politico e sociale. Questi decenni vedranno probabilmente il mondo prendere direzioni fino a ieri impensabili. Nessun partito o movimento ci offrirà soluzioni pre-confezionate, ma starà a noi reinventarcele.

Starà a noi cercare di essere pronti, lottando contro il sistema ed evitando di adeguarci a esso. Per responsabilità verso i figli che abbiamo o che avremo: riannodare un filo che leghi le generazioni invece di metterle le une contro le altre.

Saremo più coraggiosi per i nostri figli di quanto non siamo stati per noi stessi e sfioreremo gli eccessi piuttosto che lasciar deludere e ingannare e tradire e illudere i nostri figli […] si sappia che noi saremo meno pazienti per i nostri figli di quanto non siamo stati per noi stessi. […] Ad ogni costo, a qualsiasi costo strapperemo i nostri figli a questa bassezza, a questa vergogna, a questa schiavitù […] E il fatto che noi non siamo serviti a niente, deve pur servire a qualcosa. […] Io stesso, che mi sono sempre difeso così male e che, per la verità, non mi sono per così dire mai difeso, vedo molto bene fino a che punto difenderemo i nostri figli, e so che li difenderemo fino in fondo; e che resisteremo […]. un particolare rimorso, un particolare onore, un singolare rimorso, sconosciuto a chi non è padre ci spinge in questo momento […] se quest’ultima battaglia è perduta, tutto sarà perduto.

C. Péguy, La nostra giovinezza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Previsioni per tempo

Non potrete dire che non vi avevamo avvisato. Avvertenza: tenere lontano da militanti politici suscettibili.

Proviamo a fare, attraverso un piccolo gioco, delle previsioni sulle elezioni parlamentari del prossimo marzo. No, non cercheremo di indovinare il vincitore o le percentuali dei partiti. Per quello ci sono già i sondaggisti ed i (talvolta più affidabili) bookmakers (di cui esiste il termine italiano, quasi losco ma legale, “allibratori”).

Piuttosto, tiriamo ad indovinare quali saranno gli argomenti che “terranno banco” nella prossima campagna elettorale e vediamo, di ognuno, gli “effetti collaterali”, il rimosso. Considerate questo breve articolo un piccolo “bugiardino”, da leggere per iniziare a destreggiarsi tra slogan, dogmi e falsi miti, prima che la febbre elettorale vi colga e dobbiate fare uso della tessera elettorale.

Abbozziamo un elenco, in ordine strettamente alfabetico, dei temi che saranno in voga:

D di Diritti – la sinistra non avrà molti altri “successi” da cavalcare, dato che dal punto di vista sociale il suo contributo è altrimenti “non pervenuto”; la destra ne approfitterà per osteggiare diritti contrapposti ai Valori. Mai si parlerà di diritti e possibilità economiche, assieme. Allo stesso tempo, agli ultras del diritto di ognuno di fare qualunque cosa, non basterà quanto fatto finora, a torto o (qualche volta) a ragione. Si parlerà ancora di Ius soli e forse di eutanasia, dopo l’affossamento del primo e l’approvazione del testamento biologico. Il tema delle unioni civili dovrebbe lasciare più sullo sfondo il matrimonio omosessuale, mentre è possibile che si parli di parità delle retribuzioni tra uomini e donne. In ogni caso, saranno diritti senza doveri o doveri senza diritti.

E di Euro (più che di Europa) – la camicia di forza imposta dall’euro ha, secondo molti, impoverito il sistema produttivo del paese, che era basato anche sulle svalutazioni competitive (che rendevano più facilmente esportabili i nostri prodotti), mentre secondo altri ha tutelato il paese dalla correlata inflazione. Quel che è certo è che si discuterà di moneta in termini referendari: euro sì oppure no. Dimenticandoci che la sovranità monetaria non è solo disporre di una propria moneta, ma anche avere il controllo di una banca centrale al servizio del pubblico interesse, ad esempio. O che il tessuto produttivo, euro o non euro, si ricostruisce con una seria politica industriale, termine che per il neoliberismo imperante (di cui l’Unione europea è una manifestazione originale) è una bestemmia. Probabilmente non si andrà molto al di là delle retoriche anni ’90, da cui siamo nauseati: da una parte l’euro quale fattore di modernizzazione per un paese arretrato, che altrimenti affronterebbe l’apocalisse di un’uscita dalla moneta unica, dall’altra la bellicosa retorica spicciola di vecchi e nuovi oppositori (alcuni improvvisati) dell’euro, ma non dell’ideologia da cui è stato concepito.

I di Immigrazione – tra successi veri o presunti del governo (lo “stop” agli sbarchi……) e le retoriche pro e contro l’integrazione, parleremo molto dei migranti che devono ancora arrivare e di quelli che sono già qui. Ma non parleremo del fatto che non è possibile accogliere tutte le persone in cerca di lavoro. Non diremo ad alta voce che non si può accettare acriticamente lo slogan semplicistico “aiutiamoli a casa loro”, per vari motivi. Primo perché gli che aiuti economici “a pioggia” non migliorano le condizioni dei popoli interessati; secondo perché chi parla di immigrazione solitamente i fondi alla cooperazione li ha tagliati, senza sostituirli con alcunché; infine perché a monte ci sono cause economiche, geopolitiche e sociali che scatenano le migrazioni su tutto il pianeta, non solo verso la nostra piccola Italia. Nessuno ricorderà che le nostre leggi non riescono ad impedire la permanenza degli spacciatori pluripregiudicati, ma in compenso inchiodano al rimpatrio i muratori stranieri che non hanno altra colpa se non il lavorare in nero. Trascureremo il fatto che le nostre periferie sono imbottite di emarginati, italiani e non italiani, il cui malcontento prima o poi esploderà. Insomma, se ci dimentichiamo di tutte queste cose… di cosa stiamo parlando? Resteranno solo buonismi e complottismi.

L di Lavoro – Quasi tutti contrappongono il Lavoro all’integrazione del Reddito, inteso come l’ennesimo ammortizzatore sociale, puramente assistenziale (vedi oltre). Comunque, ci aspettano grandi promesse, miliardi di posti di lavoro. Una buona soluzione potrebbe essere far vincere tutti: la somma aritmetica dei posti di lavoro promessi da ognuno potrebbe consentirci di avere almeno due impieghi a testa. Il problema vero rimarrà sullo sfondo dei cartelli elettorali: quale lavoro? Lavori pubblici elargiti a piene mani sono impossibili, anche a causa di vincoli come il pareggio di bilancio in costituzione. Le aziende italiane, invece, sono in posizioni subordinate nella divisione internazionale del lavoro, quindi si dovrebbe aiutarle a produrre cosa (quali prodotto) e come (con quali tecnologie)? E poi, questo lavoro sarà pagato quanto al dipendente? e tassato quanto, per l’azienda? Il precariato imposto, le tutele degli autonomi, il rilancio del sistema produttivo nell’economia globale… saranno sottotemi oscurati dalle cifre sparate a destra e a manca. Il “futuro senza lavoro” per noi è già presente…

R di Reddito – “grande è la confusione sotto il cielo”… il tema è di gran moda, ma pare nessuno ci capisca nulla. Né le formazioni a favore di qualche misura di integrazione del reddito, né quelli contro. Basti elencare i nomi attribuiti a misure tra loro molto diverse (ma mai analizzate a fondo): “reddito di inclusione” (governo Gentiloni, elemosina di Stato per i poverissimi, subordinata alla permanenza nello stato di povertà); “reddito di cittadinanza” (il M5S, cui va riconosciuta la paternità, lo propone di nuovo come misura contro la povertà, condizionata da percorsi di inserimento lavorativo, fino a 700 euro circa); “reddito di dignità” (quando c’è da cavalcare l’onda Berlusconi è sempre un maestro: gli euro diventano 1000, non si sa bene se condizionati, né come saranno finanziati). Nessuno, sicuramente, ha letto Van Parijs, il teorico del “reddito di base”: stessa cifra erogata a tutti (da Berlusconi a chi vi scrive), su base individuale (per le famiglie, la cifra si somma), incondizionata. Per liberare le persone dalla schiavitù del lavoro e sostenere il reddito di tutti, ma con un sistema fiscale progressivo (per cui il ricco riceve il reddito, ma lo finanzia pagando più tasse). Si può essere d’accordo oppure no. Quel che è certo è che l’analisi sta a zero, le balle elettorali a mille (euro).

S di Stabilità – ce la chiederanno immediatamente i famigerati mercati, dopo elezioni senza una chiara maggioranza. I risultati possibili? Ancora il governo Gentiloni (sarebbe accanimento terapeutico?), una “grande coalizione” PD-Forza Italia (che a parole nessuno vuole, ma vedremo), una coalizione “anti-sistema” che difficilmente avrà i numeri (M5S con Lega o Liberi ed Eguali, come se fossero equivalenti…). In ogni caso, la legge elettorale è un “pastrocchio” che non facilità l’individuazione di maggioranze coerenti e allo stesso tempo non darà granché in termini di rappresentatività proporzionale. Quel che è certo è che i partiti si daranno da fare (ipocritamente?) per distanziarsi il più possibile, salvo poi decidere post-voto per alleanze anche innaturali. Ancor più certo è che i media ci bombarderanno di speculazioni sul tema, coprendo in tal modo questioni di impatto decisamente più diretto nella vita degli italiani. I mercati, i politici, e spesso anche i militanti, purtroppo si eccitano spesso con il punto G (di Governabilità).

T di Tasse – tema onnipresente nel paese dall’elevata tassazione e dall’abnorme evasione, ora però pure sulla scia del taglio delle tasse di Trump (che come al solito avvantaggerà chi ha redditi più alti e toglierà servizi a classe media e poveri). Le retoriche contrapposte, tutte e vere e tutte faziose, oscilleranno tra “- La tassa sulla prima casa l’ho tolta io – No, io” e “flat tax per tutti”. Probabilmente non toccheremo le vette del creativo “le tasse sono una cosa bellissima” di Padoa-Schioppana memoria, ma toccheremo il fondo con lo “Stato criminale ed inquisitore” in cui “è tutto un magna magna”. La questione dove la nostra italianità viscerale viene meglio messa in scena.

Che dite, ne abbiamo dimenticato qualcosa? Magari direte la P di Pensioni o di Plastica (sacchetti di), la D di Debito, la I di Innovazione, la F di Fake news. Ci torneremo.

Soprattutto, però, ci chiederemo: quali sono i temi che dovremmo discutere, ma di cui nessuno sta parlando?

Il pesce puzza sempre dalla casta

Siamo passati dalla cultura della vergogna alla cultura del «vergognaaaaa!» urlato scompostamente in ogni occasione utile. «Vergogna» e «dignità» sono le parole d’ordine di questo momento storico. Urli «vergogna» e reclami «dignità». È un misto di catarsi e autoassoluzione, che punta inevitabilmente verso il nulla. (S. J.)

Una lotta simbolica contro corrotti e corruttori, politici privilegiati ed amministratori disonesti, condotta da un popolo buono e vittima. La casta ci ossessiona, in Italia. A partire dalla pubblicazione del libro di Rizzo e Stella, una di quelle opere che, nel loro piccolo, hanno rappresentato lo spirito del tempo. Ormai viviamo nella bolla dell’anticasta come unica forma di critica possibile al sistema esistente.

Poiché però il pensiero critico non si accontenta di questo sterile deserto, di questo dibattito da curva ultrà, vogliamo chiederci: qual è il significato della retorica che si scaglia contro i privilegi del ceto politico? E ancora, a quale uso essa si presta negli attuali rapporti di forza? Andiamo con ordine.

Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che l’impatto reale delle misure anti-casta sulle finanze dello Stato è limitato: 140 milioni di euro dall’abolizione dei vitalizi di parlamentari e consiglieri regionali, in un paese con debito pubblico superiore a 2.270 miliardi, è ben poca cosa. È altrettanto evidente, quindi, chela battaglia anti-casta ha una carica simbolica. In due sensi. L’abolizione dei “privilegi”, un taglio di stipendi e pensioni, renderebbe i politici più vicini al popolo che subisce la macelleria sociale decisa dai politici stessi. Allo stesso tempo, la lotta contro le malvagie élite ha una funzione coesiva e rassicurante. Il popolo si auto-assolve: noi siamo gli onesti che lavorano (le vittime), loro i parassiti, artefici di un sistema disonesto. Il pesce puzza sempre dalla testa.

D’altro canto non è da sottovalutare la grande efficienza con la quale il discorso sulla “casta” soddisfa un arcaico bisogno del popolo italiano: il disprezzo verso se stesso. Una sorta di compiaciuto auto-razzismo è infatti una costante della nostra psicologia nazionale, non solo tra gli intellettuali innamorati del mondo anglosassone o teutonico ma anche e soprattutto nel sentire dell’uomo della strada. In questo senso la “corruzione della casta” non sarebbe altro che la manifestazione più pura dei “vizi degli italiani”, veri o presunti. Ogni italiano sarebbe un corrotto in potenza, proprio come nei film dei fratelli Vanzina dove la fanno da padroni tangentisti e dispensatori di mazzette; non a caso, nella parodia firmata dai registi di Boris i protagonisti finiscono per girare un improbabile Natale con la casta. Infine, cosa ancora più importante, si tratta di un modo per liberarsi dalla fatica che comporterebbe un tentativo serio di cambiare le cose, che va di pari passo con il fatalismo ereditato da due secoli di storia non sempre gloriosa. Infatti, se la corruzione è iscritta nella natura dell’italiano, allora non ci può essere redenzione: non resta che coltivare il proprio orticello e tenersi alla larga dalle sirene della politica.

Il senso critico soffoca così nella morsa dell’anti-casta. Non c’è modo di parlare d’altro. Anzi, tutto ciò che è pubblico è ormai associato alla parola “corruzione”. Eppure non tutte le scelte sono al servizio degli “amici degli amici”. Né tutte le critiche si devono fermare ad interessi di casta dei politici.

Lo smantellamento della sanità pubblica in nome dell’efficienza e del risparmio è figlia di interessi privati ben più ampi di quella degli amici del ministro X: è una scelta politica, figlia di un’idea di privatizzazione del servizio pubblico, condivisa ben al di là della corruzione del tale partito o del talaltro.

Anche perché, guarda caso, la corruzione è sempre presentata come un fenomeno eminentemente pubblico. Il corrotto è per definizione il deputato, il sindaco, il funzionario statale o di partito, raramente è l’agente della finanza o dei grandi gruppi privati. Eppure l’esperienza suggerisce il contrario, ovvero chel’iceberg sommerso della corruzione privata superi di gran lunga il corrispettivo pubblico. Anche e soprattutto nei virtuosi vicini di casa europei che vengono additati come modelli un giorno sì e l’altro pure. In questo modo però si finisce per buttar via l’acqua sporca della “casta” con il bambino della rappresentanza politica, che seppur tra mille contraddizioni, inefficienze e tradimenti ha dimostrato di essere un possibile correttivo al potere illimitato di oligarchie capitaliste impazzite.

Non è che non ci sia del vero, nelle polemiche contro il ceto politico. Tuttavia, gli umori del popolo rischiano solo di essere cavalcati da nuovi “parassiti” al servizio delle stesse vecchie politiche e degli stessi gruppi di interesse. La retorica della casta rischia di ridursi ad un modo di agitare il popolo prima dell’uso.

Oggi, il rappresentante dell’americano impoverito di razza bianca è il miliardario Donald Trump, che con il suo popolo non ha in comune null’altro che il colore della pelle e l’avversione verso i “politici di professione” e i “poteri forti”. Il paradosso è che il messaggio che egli porta con sé fa breccia, sull’onda della retorica anti-politica, permettendo la formazione un governo pieno zeppo di miliardari e banchieri. La classe lavoratrice impoverita e spaventata giunge così a sperare che uno speculatore immobiliare ne capisca le difficoltà quotidiane e la difenda.

Questo ci dice due cose: che la retorica della casta è andata ormai molto oltre gli effetti che potevamo immaginare; in secondo luogo, che si aprono spazi interessanti per rompere i muri della politica tradizionale. Ovviamente, però, gli spazi vuoti della politica verranno riempiti da chi ne ha la forza: finanziaria, mediatica e simbolica. Trump e non certo Clinton, Trump e non McCain, Trump e non Sanders. Almeno, per questo giro.