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Una mattina mi son svegliato, e ho trovato l’invasor

È il cuore del Piemonte, quello aspro e severo come solo la montagna sa essere e non è davvero un posto per tutti. È uno di quei posti dove vai solo per due motivi: o per lasciare il rumore del mondo, oppure per combattere.
G. Ruotolo

 

Montoso, località a metà strada tra Cuneo e Torino, è davvero “il cuore del Piemonte, quello aspro e severo”. Nelle parole del partigiano che aprono questo articolo, viene rimarcato che vi si può andare solo per isolarsi o per fare guerriglia. Di sicuro, non per integrarsi.

È in questo luogo che si svolse quella che Giovanni De Luna, docente all’Università di Torino, chiama la Resistenza Perfetta. Dopo l’8 settembre 1943, Montoso era diventato uno dei principali punti di convergenza per quegli ufficiali e sottufficiali antifascisti, soldati sbandati, giovani renitenti alla leva, gente stanca della guerra e sfollati dalla città che decisero di prendere le armi in difesa della propria patria. La Val Luserna, ben presto dichiarata Bandengebiet (zona infestata da bande) vedeva attiva la 105^ Brigata Garibaldi guidata da due grandi figure: Pompeo Colajanni (uno dei primissimi promotori delle bande partigiane) e Ludovico Geymonat (grande filosofo e intellettuale piemontese).

Chi tornasse oggi su quei monti, per rivivere in prima persona uno degli itinerari storici della Resistenza, potrebbe imbattersi in qualcosa di inaspettato, un “invasore” tanto incolpevole quanto spaesato.

Un bizzarro esperimento di integrazione ha infatti portato 16 giovani uomini – provenienti da Togo, Nigeria, Senegal e Guinea – ad essere ospitati nell’ex albergo Chamois d’or, oggi di proprietà di una società cinese. Al centro del paese, nella piazza intitolata proprio ai martiri della libertà.

Sedici migranti per trenta residenti: ogni tre abitanti di questo paesino sperduto nelle montagne del cuneese, uno è di colore. Nulla di male, ma bizzarro.

Tutto il contrario del vademecum dell’accoglienza, con buona pace delle velleità cosmetiche del sistema SPRAR, nato per gestire il fenomeno migratorio con l’idea di non concentrare richiedenti asilo e profughi in città, dentro strutture sovraffollate, ma di distribuirli sul territorio per gestirli meglio con l’aiuto di istituzioni e associazioni locali (quando ci sono, ovviamente).

La struttura per ospitare migranti dovrebbe essere “collocata in luoghi abitati, facilmente raggiungibili da servizi di trasporto pubblico al fine di favorire la partecipazione alla vita sociale e l’accesso ai servizi del territorio”. Ma come i giovani africani raccontano all’inviato de La Stampa, il paese più vicino, dove ci sono i servizi, è Bagnolo Piemonte, a 10 km di distanza.

Confessa Martin (25 anni, nigeriano): «Qui non c’è niente da fare. Vogliamo lavorare, ma non ci sono proposte». I migranti si sono mossi finora con l’autostop: «abbiamo provato a raggiungere Bagnolo chiedendo un passaggio – raccontano – per vedere com’era il paese e conoscere qualcuno: qui ci sentiamo soli».

Qualcuno dirà che li abbiamo mandati in villeggiatura “con i soldi nostri”. Ma la verità è ancora più fastidiosa, e dovrebbe farci arrabbiare molto di più.

Con le case degli altri son tutti bravi a predicare l’accoglienza, e come accade sempre più spesso (in Piemonte e in altre regioni italiane) i richiedenti asilo vengono spediti in una località turistica dove “non nevica firmato”, dove il residente è l’operaio Fiat o il medio impiegato che – dopo una vita di sacrifici, nell’epoca d’oro della prima repubblica – è riuscito a comprarsi un monolocale in cui trascorrere i weekend. E che, come è naturale, reagisce con preoccupazione di fronte all’ennesima svalutazione del proprio immobile.

I soliti benpensanti condanneranno questi rozzi villeggianti come xenofobi, retrogradi e razzisti. Tuttavia, cianciare di accoglienza vivendo in collina e pontificando dalle terrazze del Sestriere è un gioco facile, che la sinistra conosce bene.

Come sempre la regola è: immigrati sì, ma per favore non tra i piedi. Una “incondizionata” solidarietà nei confronti dell’immigrato immaginario, purché quello in carne e ossa non entri a casa nostra.

I radical chic amano i profughi, purché non vadano a Capalbio. Ci spiegano che è dovere di tutti accogliere, ma stranamente il loro buonismo ciarliero si scarica esclusivamente sulle spalle di chi vive in posti di per sé periferici e già problematici.

Come diceva la canzone, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Il centro del sistema allontana da sé il problema, ed esorcizza le difficoltà e le inquietudini che genera nei ceti popolari ricorrendo all’onnipresente armamentario politicamente corretto.

Se li portassero al Sestriere, nelle stesse proporzioni? Assisteremmo alla stessa svalutazione degli immobili che stanno subendo queste piccole località turistiche, e al sorgere di “barricate xenofobe” erette da esponenti imbellettati della gauche caviar.

E questo sì, sarebbe davvero bizzarro.

 

 

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Capitalismo-zombie: morti che si mangiano i vivi

Morti viventi dappertutto. Si aggirano nelle strade delle nostre metropoli, negli aeroporti, nelle zone industriali delle nostre campagne. Quella che stiamo per raccontare è una storia di morti che si mangiano i vivi.

Prima però un po’ di suspence

La nostra è un’epoca in cui gli zombie sono protagonisti dell’immaginario, personaggi in cui rispecchiarsi e inorridire. Il successo dei telefilm sui morti viventi non sono che la punta dell’iceberg di una passione – meglio dire un rispecchiamento – nata negli anni ’60 al cinema e poi giunta, tra alti e bassi, al boom attuale.

Nel 1968, anno di grandi rivolgimenti, nasceva lo zombie moderno, per merito di George A. Romero e del suo La notte dei morti viventi. A quel film ne seguirono molti altri, tanti italiani e di valore cinematografico, spesso senza la carica di critica sociale dei film di Romero. Tolto dalla tradizione vudù e posto nel mezzo della modernità occidentale, lo zombie diventava – con agghiacciante semplicità – corpo morto che resuscita, schiavo dell’impulso irrefrenabile di cibarsi dei vivi. Il cannibalismo (pulsione primordiale repressa, tabù finalmente superato?) diventa l’essenza dell’esistenza da zombie.

Da allora, i morti viventi sono diventati onnipresenti, non solo sullo schermo, nella musica o nel fumetto. In sociologia è stato coniato il termine mall zombies (zombi da supermercato) per indicare quei consumatori che ciondolano per i grandi centri commerciali, privi di espressività e incapaci di reagire a stimoli diversi dal consumo, incantati dalle vetrine sfavillanti. Nella nostra attuale crisi economica, le banche-zombie si sono rivelate la nostra zavorra più gravosa: morti che camminano.

Ma ciò che è davvero notevole è che, oggi, davvero i morti si mangiano i vivi. Accade nel nostro operoso Nord-ovest, terra (una volta, almeno) di grandi industrie e piccole sfavillanti realtà produttive. La vicenda peculiare che racconteremo è quella della Comital di Volpiano, storica azienda dell’area torinese.

Da sempre capofila del gruppo Cuki, Comital realizza laminati di alluminio per il settore farmaceutico e alimentare. Chi di noi, salvo i giovanissimi, non ricorda la pubblicità degli anni ’80 e ’90, in cui due fratelli giocano a rugby con un pollo ben avvolto nella stagnola, facendolo finire fin dentro una fontana, eppure alla fine portandolo a casa sano e ben conservato?

Era quella la Comital che passava dalle Partecipazioni statali al Gruppo Valetto, e che impiegava 1000 dipendenti nel sito di Volpiano. Ora i dipendenti sono meno di 140 e l’azienda sta per chiudere. Il morto vivente però non è quest’azienda, bensì Comital è la preda.

La gestione Valetto, nonostante un buon andamento di mercato, accumula debiti e inizia a cedere asset del gruppo Comital Saiag. Comital e Cuki entrano nell’orbita del fondo M&C di Carlo de Benedetti. L’ex-amministratore di M&C, Corrado Ariaudo, diventa proprietario del gruppo Comital.

Nel 2014 la francese Aedi, tramite la controllata italiana Lamalù, diventa proprietaria della fabbrica, o meglio della sola attività di laminazione dell’alluminio. I capannoni rimangono di proprietà di Ariaudo, che si tiene anche il marchio Cuki, di cui continua il rilancio. Lo spezzatino era iniziato da tempo, ora continua il banchetto: gli zombie squartano le carni e se le dividono.

Comital Volpiano sarà anche in crisi, ma nel 2014 ripaga i debiti accumulati. Lo fa ad un ritmo addirittura migliore del previsto. Inoltre, ha importanti ordinativi e un mercato in espansione, quello dell’alluminio. L’acquisizione viene celebrata in pompa magna dalle istituzioni regionali e locali, soddisfatte di aver avuto garanzie su sopravvivenza e risanamento della Comital. I primi periodi paiono molto positivi: la nuova proprietà assume più persone di quante ne aveva pattuite, arrivando a 138 dipendenti.

A ben vedere qualche elemento iniziava ad insospettire le istituzioni più attente. Nessun piano industriale verrà mai presentato. I macchinari Comital vengono venduti a una società che li ri-affitta a 300mila euro al mese alla stessa Comital. Il lavoro abbonda, ma si vedono allo stesso tempo difficoltà di approvvigionamento dai fornitori, causa mancati pagamenti da parte di Comital. Nel 2017 Lamalù definisce improvvisamente i problemi non più affrontabili, la fabbrica deve chiudere. Il 28 luglio, con conclusione dell’iter a metà ottobre.

I numeri però non danno loro ragione. Ci sono tre milioni di euro di perdite, ma a fronte di tredici milioni di euro di capitale sociale. I macchinari (rotti e non ancora riparati) cambiano di prezzo a seconda della proprietà sotto cui passano. Il 22% del mercato europeo del laminato d’alluminio rimane in mano a Comital: quando i fornitori vengono pagati, la fabbrica lavora a pieno regime perché ha ordini da smaltire. Si tratta di “cannibalismo finanziario”, commenta il sindaco di Volpiano.

Aedi non si è solo mangiata un concorrente pericoloso. Lo ha divorato pezzo a pezzo e poi alla fine con un morso netto gli ha staccato la testa. L’azienda non è fallita e con questi conti non potrebbe fallire; infatti si tratta di “liquidazione volontaria”. Come un verduriere che si stufa del suo mestiere e tira giù la serranda; ciò vuol dire che le autorità pubbliche non possono intervenire. Un imprenditore è libero di stufarsi e chiudere la sua impresa. Nessuno può obbligarlo a cederla a qualcun’altro, che continui a far lavorare le macchine e a dare un impiego ai lavoratori. Neppure se c’è mercato per vendere e l’impresa è più che viva.

Il pasto è finito, andate in pace. Un corpo (morto) animato dalla fame che si divora un corpo animato dalla vita. Le partite di giro di tipo finanziario che si mangiano le giornate vissute e sofferte di chi lavora per portare a casa uno stipendio. Comital è viva, non solo perché come azienda avrebbe mercato; è viva perché vive sono le 138 persone che perderanno il lavoro; le loro famiglie sono vive; i loro affetti, la loro fatica e i loro successi sono quanto di più vero e vivo ci sia in giro.

È la finanza che è morta e porta morte. Che si mangia il lavoro, che è quanto di più vivo ci sia, perché lavoro è indubbiamente sinonimo di “travaglio”, di sofferenza e sacrifici, ma significa anche e soprattutto passione, successi, relazioni, indipendenza economica (cioè libertà) e famiglie (cioè responsabilità). In un mondo in cui la libertà economica è assoluta e quindi le brame animalesche di questi cadaveri finanziari sono permesse e incoraggiate, le aziende “sane” somigliano sempre più ai sopravvissuti assediati, rinchiusi nel fortino in una difesa disperata.

Dovremmo rassegnarci ad una società di morti che camminano? Chi ha resuscitato i morti? E chi li ha sguinzagliati contro i vivi? Chi invece ha assistito a queste carneficine senza intervenire? Ma soprattutto: se gli zombie si mangiano quel poco lavoro che ci resta, cos’altro ci rimane?

Uno scenario post-apocalittico, città con pochi potenti che vivono in torri d’oro e masse di superstiti abbruttiti in periferie infelici; dipendenze da droghe, alcol e gioco; famiglie distrutte e separate.

Perfetto per un film di zombie; ma non può essere la realtà.

Il pesce puzza sempre dalla casta

Siamo passati dalla cultura della vergogna alla cultura del «vergognaaaaa!» urlato scompostamente in ogni occasione utile. «Vergogna» e «dignità» sono le parole d’ordine di questo momento storico. Urli «vergogna» e reclami «dignità». È un misto di catarsi e autoassoluzione, che punta inevitabilmente verso il nulla. (S. J.)

Una lotta simbolica contro corrotti e corruttori, politici privilegiati ed amministratori disonesti, condotta da un popolo buono e vittima. La casta ci ossessiona, in Italia. A partire dalla pubblicazione del libro di Rizzo e Stella, una di quelle opere che, nel loro piccolo, hanno rappresentato lo spirito del tempo. Ormai viviamo nella bolla dell’anticasta come unica forma di critica possibile al sistema esistente.

Poiché però il pensiero critico non si accontenta di questo sterile deserto, di questo dibattito da curva ultrà, vogliamo chiederci: qual è il significato della retorica che si scaglia contro i privilegi del ceto politico? E ancora, a quale uso essa si presta negli attuali rapporti di forza? Andiamo con ordine.

Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che l’impatto reale delle misure anti-casta sulle finanze dello Stato è limitato: 140 milioni di euro dall’abolizione dei vitalizi di parlamentari e consiglieri regionali, in un paese con debito pubblico superiore a 2.270 miliardi, è ben poca cosa. È altrettanto evidente, quindi, chela battaglia anti-casta ha una carica simbolica. In due sensi. L’abolizione dei “privilegi”, un taglio di stipendi e pensioni, renderebbe i politici più vicini al popolo che subisce la macelleria sociale decisa dai politici stessi. Allo stesso tempo, la lotta contro le malvagie élite ha una funzione coesiva e rassicurante. Il popolo si auto-assolve: noi siamo gli onesti che lavorano (le vittime), loro i parassiti, artefici di un sistema disonesto. Il pesce puzza sempre dalla testa.

D’altro canto non è da sottovalutare la grande efficienza con la quale il discorso sulla “casta” soddisfa un arcaico bisogno del popolo italiano: il disprezzo verso se stesso. Una sorta di compiaciuto auto-razzismo è infatti una costante della nostra psicologia nazionale, non solo tra gli intellettuali innamorati del mondo anglosassone o teutonico ma anche e soprattutto nel sentire dell’uomo della strada. In questo senso la “corruzione della casta” non sarebbe altro che la manifestazione più pura dei “vizi degli italiani”, veri o presunti. Ogni italiano sarebbe un corrotto in potenza, proprio come nei film dei fratelli Vanzina dove la fanno da padroni tangentisti e dispensatori di mazzette; non a caso, nella parodia firmata dai registi di Boris i protagonisti finiscono per girare un improbabile Natale con la casta. Infine, cosa ancora più importante, si tratta di un modo per liberarsi dalla fatica che comporterebbe un tentativo serio di cambiare le cose, che va di pari passo con il fatalismo ereditato da due secoli di storia non sempre gloriosa. Infatti, se la corruzione è iscritta nella natura dell’italiano, allora non ci può essere redenzione: non resta che coltivare il proprio orticello e tenersi alla larga dalle sirene della politica.

Il senso critico soffoca così nella morsa dell’anti-casta. Non c’è modo di parlare d’altro. Anzi, tutto ciò che è pubblico è ormai associato alla parola “corruzione”. Eppure non tutte le scelte sono al servizio degli “amici degli amici”. Né tutte le critiche si devono fermare ad interessi di casta dei politici.

Lo smantellamento della sanità pubblica in nome dell’efficienza e del risparmio è figlia di interessi privati ben più ampi di quella degli amici del ministro X: è una scelta politica, figlia di un’idea di privatizzazione del servizio pubblico, condivisa ben al di là della corruzione del tale partito o del talaltro.

Anche perché, guarda caso, la corruzione è sempre presentata come un fenomeno eminentemente pubblico. Il corrotto è per definizione il deputato, il sindaco, il funzionario statale o di partito, raramente è l’agente della finanza o dei grandi gruppi privati. Eppure l’esperienza suggerisce il contrario, ovvero chel’iceberg sommerso della corruzione privata superi di gran lunga il corrispettivo pubblico. Anche e soprattutto nei virtuosi vicini di casa europei che vengono additati come modelli un giorno sì e l’altro pure. In questo modo però si finisce per buttar via l’acqua sporca della “casta” con il bambino della rappresentanza politica, che seppur tra mille contraddizioni, inefficienze e tradimenti ha dimostrato di essere un possibile correttivo al potere illimitato di oligarchie capitaliste impazzite.

Non è che non ci sia del vero, nelle polemiche contro il ceto politico. Tuttavia, gli umori del popolo rischiano solo di essere cavalcati da nuovi “parassiti” al servizio delle stesse vecchie politiche e degli stessi gruppi di interesse. La retorica della casta rischia di ridursi ad un modo di agitare il popolo prima dell’uso.

Oggi, il rappresentante dell’americano impoverito di razza bianca è il miliardario Donald Trump, che con il suo popolo non ha in comune null’altro che il colore della pelle e l’avversione verso i “politici di professione” e i “poteri forti”. Il paradosso è che il messaggio che egli porta con sé fa breccia, sull’onda della retorica anti-politica, permettendo la formazione un governo pieno zeppo di miliardari e banchieri. La classe lavoratrice impoverita e spaventata giunge così a sperare che uno speculatore immobiliare ne capisca le difficoltà quotidiane e la difenda.

Questo ci dice due cose: che la retorica della casta è andata ormai molto oltre gli effetti che potevamo immaginare; in secondo luogo, che si aprono spazi interessanti per rompere i muri della politica tradizionale. Ovviamente, però, gli spazi vuoti della politica verranno riempiti da chi ne ha la forza: finanziaria, mediatica e simbolica. Trump e non certo Clinton, Trump e non McCain, Trump e non Sanders. Almeno, per questo giro.

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A caccia di bolle

Abbiamo già parlato (L’età delle bolle) di quelle balle che ci raccontano le élite che nascono, crescono e prosperano dentro le loro bolle. Cercano di convincerci che il mondo reale sia come loro lo dipingono, anche quando realtà e bolla stridono in maniera evidente.

Ora facciamo un passo in più: vediamo come le balle di chi “vive in una bolla” siano diverse dalle semplici falsità. Attraverso qualche breve esempio ci accorgeremo che forse sono persino più pericolose.

Ovviamente l’uso disinvolto e strategico delle bugie e delle mezze verità rimane una consuetudine, in politica come nel mondo degli affari. Basta guardare le facce cadaveriche dei portavoce intervistati al telegiornali per accorgersi che essi sono ben coscienti di dire “verità alternative” o menzogne belle e buone.

Quando Renzi diceva, prima del referendum costituzionale: “Se non passa il referendum, la mia carriera politica finisce” era chiaro a tutti che si trattava di una balla alla quale non credeva neanche lui. Pura tattica.

Quando però Renzi dichiara “Il fiscal compact va bene, perché pone vincoli alla tentazione di aumentare il debito, ma non affronta il problema di come far fronte a shock sistemici”, è diverso: è una balla figlia di una bolla.

Il Fiscal compact semplicemente non va bene, di per sé: è una rigidità nata dai dogmi neoliberisti, asservita agli attuali rapporti di forza in Europa. È una balla rilanciata dagli economisti mainstream (bolla dell’ortodossia economica) e riprodotta dai quotidiani che riportano opinioni quasi a senso unico (bolla mediatica). Un’idea che viene dalla realtà parallela in cui queste persone vivono, le bolle in cui certe verità presunte (‘abbiamo vissuto tutti al di sopra delle nostre possibilità’) o certe condizioni paradossali (‘è giusto e sensato che a legiferare sul trasporto pubblico sia chi viaggia su una auto blu’) vengono date per assodate. Invece sono balle in piena regola.

Occhio però anche alla controinformazione, alle sue controballe e controbolle: il meccanismo è lo stesso. Ci sono ben pochi paladini dall’armatura lucente, in giro, pronti a battersi in nome di una Verità incontrovertibilmente Vera. Ci sono invece molte balle figlie dei tempi, che le belle intenzioni non rendono meno balle.

Non è detto, ad esempio, che i politici corrotti abbiano venduto consapevolmente il nostro paese ai banchieri stranieri. Le teorie del complotto spiegano poco e rendono semplici discorsi più complessi. È più utile e rispettoso dei fatti credere che questi politici fossero sinceramente europeisti. Probabilmente costoro erano davvero convinti di fare quel che era più giusto. Come chi si veste di verde, sapendo che quell’anno va di moda il verde.

L’europeismo viscerale, soprattutto in Italia, è stato questo: un innamoramento sconsiderato, una moda, all’interno di una bolla. Aggravato dal fatto che i nostri tanti (presunti) uomini forti sono in realtà tutti debolissimi followers. Probabilmente più deboli e meno avveduti dei leader di paesi come Francia e Germania (a loro volta, però, vittime delle loro bolle e artefici di un’architettura europea suicida).

Non si tratta di semplici errori di valutazione, in un certo senso: nel loro sistema, la balla regge.

La moneta unica sta in piedi, per loro, anche senza uno Stato federale. Un domani, lo Stato federale starà in piedi, anche senza il consenso dei popoli che ne abitano i territori. Il problema è la realtà, che non si vuole adattare.

Non solo errori o falsità, quindi. Siamo piuttosto di fronte ad un problema di prospettiva. Questo è, infatti, ciò che serve anche a noi che alle balle non ci rassegniamo: nuove prospettive, nuovi orizzonti di senso.

Qual è, dunque, la soluzione?

Ci vogliono leader degni di questo nome, una vera partecipazione, una politica che proponga alle persone possibili soluzioni invece di inseguire sondaggi e, quando serve, capace di rovesciare il tavolo.

In Europa, ma iniziando prima di tutto in casa nostra. In maniera da non ridurci a sognare un sogno scritto da altri, ma avere sogni nostri.

E ci serve una buona dose di spirito critico, sempre; per contenere le bolle e smascherare le balle.

(Pubblicato in origine: settembre 2017)

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L’età delle bolle

L’età liquida in cui viviamo ha sostituito ai pesanti concetti del “vecchio ‘900” idee molto più fluide, mutevoli e instabili; paradossalmente, siamo rimasti appesi a sistemi di credenze sempre più deboli.

L’ideologia è viva e vegeta, ma in forme nuove, meno coerenti e solide; inoltre, è diffusa come un tempo: tuttavia, essendo ammessa tendenzialmente una sola ideologia (quella dominante, che solitamente si dichiara “pluralista” o “scientifica”), si proclama l’assenza di ideologie.

Le ideologie però, allo stesso tempo, si stanno rarefacendo, diventano leggere ed instabili; ma non per questo smettono di esistere, né cessano di provocare effetti importanti. Anzi.

Vediamo come si genera questa “insostenibile leggerezza” delle ideologie.

Una notizia, un’opinione, una moda, crescono ad ogni passaggio, gonfiandosi grosso modo come una bolla: pochi opinion makers o social influencers definiscono un ristretto numero di opinioni, stili, informazioni disponibili sul mercato; vecchi e nuovi media (soprattutto i social media) diffondono queste idee come virus, dando ai singoli l’illusione che essi stanno partecipando a determinare qualcosa (che in realtà subiscono o replicano); i followers, cioè la stragrande maggioranza delle persone, si uniformano al messaggio, con spazi limitati di interpretazione.

Dopodiché qualche altro opinion leader, facente parte della cerchia ristretta di chi determina le opinioni altrui, si appropria dell’idea, la gonfia per renderla sua, per ottenere il suo “quarto d’ora di celebrità” (ridotto, oggi, a tre minuti) e innescare un nuovo ciclo. E così via. Una bolla che si gonfia sempre più. Piena zeppa di termini inglesi, oltretutto: ce ne fosse uno in italiano

Funziona così nei media (da cui il termine bolla mediatica). Funziona così in economia.

Si pensi al meccanismo borsistico: pochi attori definiscono gli andamenti dei titoli spostando ingenti masse finanziarie, gli altri seguono il vento finché spira in una certa direzione. Se sono proprio bravissimi, lo anticipano di poco oppure lo seguono con ridotto ritardo, ma non determinano mai in quale direzione soffierà.

Un chiaro esempio è stato lo scoppio della bolla dei subprime, che ha innescato la più grave crisi economica di tutti i tempi (e… sì, ci siamo ancora dentro). I primi mutui ad alto rischio vengono utilizzati da spregiudicati finanziatori, mentre altri attori gradualmente cominciano a battere questa nuova strada. Subito dopo i valori delle case iniziano a crescere vertiginosamente e nuovi mutui con rischio elevato vengono accessi, utilizzando come garanzie immobili il cui valore – si pensa – continuerà sempre a salire. Infine gli speculatori creano un vero e proprio mercato del rischio e della scommessa sul rischio.

Banche e persone hanno continuato ad alimentare questo vortice, dall’interno della bolla. Sei precario o sei un working poor (ancora l’inglese, utile ad evitare l’indecoroso “lavoratore sfruttato”) che non può permettersi una casa? Niente paura amico, il capitalismo funzionaha una soluzione per tutti, anche per te: ecco un mutuo ad alto rischio!

E quando la bolla, al contatto con la realtà, scoppia? Normalmente viene sostituita da un’altra bolla, che si è accresciuta con gli stessi meccanismi.

La bolla immobiliare veniva probabilmente dallo scoppio della bolla della new economy e dalla quantità ingente di denaro riversata sui mercati per sostenerli da fine anni ’90 ai primi anni 2000. La bolla dei subprime ci ha lasciati con la bolla del debito sovrano, poiché gli Stati che avevano salvato le banche sono stati aggrediti dopo essersi fatti carico dei debiti privati.

All’orizzonte c’è un turbinio di bolle pronte ad esplodere: quella sui prestiti a favore degli studenti universitari negli Stati Uniti ad esempio, oppure il mercato immobiliare cinese. In compenso il mercato azionario – dall’elezione di Trump ad aprile 2017 – ha guadagnato, a livello globale, 7200 miliardi.

Non è un complotto, anche se sicuramente c’è chi è capace di avvantaggiarsi di questi meccanismi. È la natura umana, che – se rimane grezza e non viene incalzata – scivola verso un atteggiamento gregario: pochi leaders e tantissimi followers. Il clima oggi è tuttavia indiscutibilmente favorevole alle bolle, ancor più che in passato. I nuovi media e le nuove tecnologie in genere hanno aperto inedite possibilità per la diffusione virale di bolle, nuove illusioni (l’idea di essere tutti leader, di partecipare a qualcosa di più grande) e hanno accelerato enormemente questi processi (si pensi agli algoritmi che gestiscono somme miliardarie, sui mercati, in modo automatico e quasi istantaneo).

Che siano verità (ufficiali o reali) oppure bufale, poco conta: il meccanismo le trasformerà fatalmente in bolle irrealistiche.

Tra le bolle e le balle allora c’è di mezzo solo una vocale?

La nostra tesi è che i politici, i banchieri, le élite accademiche e professionali “vivano in una bolla“, come si dice. E quindi il loro sparare balle sia conseguenza di questa limitatezza, piuttosto che deliberata falsità.

Vivono in mondi chiusi su loro stessi, si frequentano all’interno delle stesse cerchie, seguono sentieri tracciati da qualche autorità del campo (ristretto), e soprattutto non hanno esperienze del mondo reale in cui vive il resto dell’umanità. Parlano addirittura un gergo specifico tipico del gruppo sociale a cui appartengono, talvolta difficile da decifrare per i non facenti parte del clan. Spesso si riproducono tra loro (il che – se guardiamo le conseguenze – è spesso peggio del matrimonio tra consanguinei). In sintesi vedono il mondo deformato dal velo sferico della loro bolla, giudicandolo con quella che una volta si sarebbe chiamata “falsa coscienza necessaria”.

Nel 2008 la regina Elisabetta toccò un tasto dolente quando chiese agli economisti come mai non fossero stati capaci di prevedere la crisi, che manifestava in quelle settimane i suoi più esplosivi effetti.

La causa è proprio la bolla (balla?) neoliberale in cui essi vivono, e in cui – purtroppo – ci tengono prigionieri.

(Pubblicato in origine: settembre 2017)

Chi si cela dietro Aristoteles?

Come indica la “s” finale, potremmo essere in presenza di un sostantivo plurale, oggi che l’inglese ha tutti piegati al suo dominio. Un collettivo nostalgico dell’unica chiave di lettura che nel novecento abbia veramente fatto centro, ossia la Commedia all’Italiana, oggi purtroppo scomparsa.

O – forse – si tratta di greco e non di inglese: Aristoteles sarebbe dunque uno studioso che intende omaggiare il padre della filosofia, disciplina intesa come sistema di conoscenza dei principi della realtà.

O ancora, infine, Aristoteles potrebbe rappresentare qualche cinefilo che, tramite il nume tutelare della parodia banfiana, ironicamente intende richiamare il compianto dottor Socrates, grande saggio del centrocampo brasiliano e riferimento dello spogliatoio autogestito, inventore della “democrazia corinthiana“?

Ai posteri, larga sentenza…