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Toglietemi Tutto, ma non la mia TAV

Sabato 10 novembre si è svolta a Torino una imponente manifestazione, che intendeva richiamare alla memoria la marcia dei 40.000 quadri Fiat.

Oltre venticinquemila cittadini (tra imprenditori, sindacati, professionisti e politici) si sono riuniti davanti al palazzo della Regione Piemonte per esprimere il proprio sostegno all’Alta velocità e il rifiuto della decrescita.

Su Repubblica emerge con chiarezza la composizione della piazza:

Il sit-in è stato promosso dall’associazione “Sì Torino va avanti” e da “Sì lavoro”, legata a Mino Giachino, ex sottosegretario ai Trasporti del governo Berlusconi, che ha lanciato una petizione online arrivata a più di 65mila sottoscrizioni. Hanno aderito il Partito democratico, i moderati, Forza Italia e anche la Lega. In piazza anche i Radicali Fratelli d’Italia, che raccolgono firme per due referendum.

Alla testa di tutto, c’è la Confindustria:

Confindustria ribadisce “con forza l’assoluta necessità di completare i lavori della Tav”. E annuncia “che proprio a Torino convocherà un Consiglio generale straordinario allargato alla partecipazione dei Presidenti di tutte le Associazioni Territoriali d’Italia per protestare insieme contro una scelta, il blocco degli investimenti, che mortifica l’economia e l’occupazione del Paese.

È stato il trionfo di una cultura sviluppista, di coloro che si schierano a “favore delle infrastrutture” e contro “l’immobilismo ideologico del Movimento 5 Stelle”.

C’è solo una nota stonata, dicono alcuni: poca partecipazione da parte dei giovani.

Come evidenzia Davide Ferrario sul Corriere della sera, “al di là dei temi della mobilitazione, la cosa che più colpiva chiunque fosse lì o guardasse poi un’immagine della piazza era l’età dei partecipanti: una marea di teste grigie e di volti maturi, con una minima partecipazione giovanile”.

La spiegazione, madamin, è presto data: tra i Sì Tav non troviamo giovani non solo perché (si sa) sono bamboccioni disincantati e disinteressati, ma perché in Italia si è registrato un calo demografico tale che di giovani, oramai, non ce ne siano quasi più.

Nessuno ovviamente che abbia concesso il beneficio del dubbio, e che si sia chiesto se – forse – di giovani in piazza non ve ne fossero, perché non in sintonia con le parole d’ordine lì evocate.

Furto con scasso generazionale.

L’occidente è diventato oramai una civiltà-Alzheimer.

Ci si ricorda di qualcosa per qualche minuto, non di più. I social network e i media sono un buco nero della memoria, dove ci si sbarazza degli avvenimenti con la stessa rapidità con cui questi mano a mano si affastellano. Un attacco a Gaza dite? Di che si trattava? Facebook ha rubato il nostro… cosa? Trump ha detto… cosa? E i giovani hanno un problema di… di cosa??

A differenza di quanto viene continuamente ripetuto, non è tanto la scarsa volontà politica a contraddistinguere la gioventù flessibile e precaria di oggi, ma il fatalismo. Essa non soffre di uno scarso potenziale di ribellione, ma di un eccesso di gelo che si riflette nell’incapacità di riunire gli individui attorno a programmi di carattere generale.

Quella attuale è la prima generazione moderna a non essere affatto sicura di procedere verso un futuro migliore, guidata com’è dalla sensazione che potrebbe essere l’ultima a sperimentare un ambiente (sociale e naturale) non degradato in modo irreparabile.

La convinzione che l’attuale modo di produzione possa condurre a squilibri talmente rilevanti da pregiudicare il nostro livello di civiltà si sta diffondendo in tutte le nazioni occidentali.

Questa tesi ha l’appoggio di molti scienziati qualificati, i quali – nella diversità delle sfumature – condividono l’idea che in tempi brevi l’odierno modello di sviluppo economico possa diventare causa di un insanabile degrado della nicchia ecologica in cui vive l’umanità.

Fino alla metà del secolo scorso, l’atteggiamento è sempre stato “occhio non vede, cuore non duole”. Ma oggi l’occhio vede, eccome!

Quella contemporanea è così diventata una coscienza abituata ad accogliere la catastrofe come rumore di fondo.

La maggior parte di noi è consapevole di quel che sta accadendo, perlomeno a un livello sotterraneo; in superficie tuttavia manteniamo un atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola tacita che impegna tutti a negare ciò che esiste.

In questo momento storico ci si accontenta di navigare a vista: non c’è rotta, ci si limita a cercare di schivare gli iceberg.

O meglio, sappiamo chiaramente che il nostro futuro assomiglia a una bomba ad orologeria sepolta, di cui non conosciamo il momento della detonazione, ma che fa sentire nel presente il suo ticchettio.

La nostra generazione ha interiorizzato quest’angoscia, si è abituata a sentire quel «ticchettio» dentro di sé.

Alla domanda che ci sentiamo porre spesso (“ebbene dimmi, chi sono coloro che fanno parte di questa fantomatica generazione?”) si è tentati di rispondere: quelli che sentono il ticchettio.

E all’altra domanda (“chi non ne fa parte in modo assoluto?”) la risposta potrebbe benissimo essere: quelli che non lo sentono.

Diniego.

Di fronte a queste preoccupazioni, gli interrogativi che ogni individuo si pone sono in fondo sempre gli stessi: è veramente un problema mio? Subirò davvero le conseguenze? In ogni caso, cosa posso farci?

Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi.

Questo fenomeno viene definito dalla psicologia sociale diniego, ovvero quello stato mentale in cui sappiamo e allo stesso tempo non sappiamo qualcosa, quel meccanismo psicologico che coincide col rifiuto da parte del soggetto di riconoscere una realtà traumatizzante per il soggetto stesso.

Ciò che Gesù aveva assunto a motivo di perdono per coloro che lo crocefissero – “costoro non sanno quello che fanno” – nel nostro caso non vale.

Sappiamo cosa facciamo, e lo sappiamo con una chiarezza sconvolgente.

Siamo tutti per lo più consapevoli che le attività umane danneggiano gravemente l’ambiente. Ma questa informazione viene ricevuta e non digerita, affonda nella coscienza senza produrre cambiamenti.

Nei confronti di questo fenomeno le armi dell’illuminismo si rivelano spuntate.

Non si può più semplicemente agire con un intento razionalizzatore-illuministico (“se solo sapessero…”), perché questo stato di coscienza non può essere scalfito da alcun invito a vivere consapevolmente, ad avere il coraggio di conoscere (sapere aude!).

Ed è illusorio credere che a partire da un sapere discenda necessariamente un fare.

Cultura del narcisismo.

Contro il diniego, non dobbiamo invocare la «verità», che talvolta non riusciamo a confessare nemmeno a noi stessi, ma la «responsabilità» di fronte a quel che sappiamo. Come sottolineato da Hans Jonas, è oggi necessario elaborare una nuova etica che inglobi la responsabilità verso le generazioni future, a cui non possiamo consegnare un ambiente sempre più degradato e un modello sociale insostenibile.

Purtroppo, una società che ha perso interesse per il futuro non può essere molto attenta ai bisogni delle nuove generazioni.

La retorica giovanilistica che pervade la nostra società cela in realtà l’indifferenza di chi ha ben poco da trasmettere alla generazione successiva, e che vede come prioritario il diritto alla realizzazione di sé.

Da un lato le coppie che rimandano o rifiutano la maternità e la paternità (spesso, non lo nascondiamo, per indiscutibili ragioni pratiche), dall’altro i riformatori sociali che auspicano una “crescita di popolazione zero”, testimoniano il lento dissolversi di qualsiasi interesse per la posteriorità.

In questa situazione, il pensiero della nostra sostituzione definitiva e della nostra morte diventa insostenibile, e produce tentativi di abolire la vecchiaia e di prolungare la vita indefinitamente.

Come rilevato da Christopher Lasch, il timore che la nostra società sia senza futuro, se da un lato si basa su una visione realistica dei pericoli che ci attendono, dipende simmetricamente da una incapacità narcisistica di identificarsi con le generazioni future: vivere per il presente – vivere per se stessi, non per i predecessori o per i posteri – si è così trasformata nell’ossessione dominante.
La metropolitana dei nostri figli.

La cosa più interessante è che questa sostanziale indifferenza si presenta sotto la forma di preoccupazione premurosa per le generazioni future, per i loro bisogni. “Sì alla Tav, la metropolitana dei nostri figli”, recita uno degli slogan dei manifestanti accorsi in piazza.

Parole che rimandano a un immaginario distorto, alienato, in cui i figli “pendolari” – cioè costretti a emigrare alla ricerca di quel lavoro che non trovano nel proprio Paese – si confondono con le merci che andrebbero a riempire i container dei convogli ferroviari.

Il doloroso sradicamento del migrante, che quasi mai sceglie volontariamente di abbandonare la propria terra, è assimilato al semplice pendolarismo dell’impiegato Fiat che accetta un viaggio di mezz’ora per andare al lavoro.

Ma in fondo, quale è l’alternativa? Mettere a punto una politica industriale seria, che crei posti di lavoro in Italia, in modo che i propri figli non debbano diventare “pendolari” in Francia o Germania? Pensare a una pianificazione economica su basi democratiche, più compatibile con le istanze di conservazione dell’ecosistema rispetto a qualsiasi filosofia del “privato è bello”?

No, perché, tra le altre cose, l’“Europa” (altra parola-chiave che ricorre ossessivamente negli slogan dei Sì Tav), ovvero l’Unione Europea, è strutturalmente incompatibile con qualsiasi tipo di intervento statale in economia (come noto, la normativa comunitaria su concorrenza e aiuti di Stato limita moltissimo la capacità per un governo nazionale di decidere quali sono i settori strategici sui quali investire risorse). E poi questo andrebbe contro tutte le lezioni impartite da Repubblica, dal Corriere e in generale da tutta l’intellighenzia liberale.

E allora ben venga la schizofrenia della Confindustria, da sempre nume tutelare delle politiche di delocalizzazione, deindustrializzazione e di smantellamento dei diritti dei lavoratori, che si riempie la bocca con la parola “lavoro” per avvallare la TAV. E ha ragione chi elogia lo sviluppo delle infrastrutture, per poi fremere di indignazione quando si ventila la possibilità di nazionalizzare e magari potenziare quella rete infrastrutturale che in mano ai privati soffre di una condizione di abbandono (e non solo in Italia). Senza parlare della sanità, dell’istruzione, di vasti settori produttivi lasciati a se stessi.

In fondo l’importante è andare “avanti”. Verso quale destinazione? Non importa. Basta che il flusso di merci e persone sia efficiente, ininterrotto e se possibile sempre più frenetico. Non è necessario sapere quali merci viaggeranno sulla TAV, dove saranno prodotte, da chi e in quali condizioni. L’importante è che passino da Torino e non altrove, con una singolare forma di campanilismo che si contrappone al presunto integralismo localistico così frequentemente rimproverato al movimento No Tav.

Al pensionato togli tutto, ma non toccargli i cantieri.

Se ci credono veramente e amano la decrescita felice, qui intorno in Piemonte ci sono tante meravigliose valli dove possono comprarsi una mucca e una pecora e decrescere felicemente. Ma che lascino vivere noi.

Giovanna Giordano (promotrice comitato Sì Tav)

Alla signora Giordano, presidente del Rotary Torino Est, che un metro di TAV in più significhi un reparto di ospedale chiuso o il tetto di una scuola che non viene messo in sicurezza, importa poco o nulla.

Quando i singoli si scoprono incapaci di provare interesse per quello che succederà nel mondo dopo la loro morte, aspirano a restare eternamente giovani e percepiscono la prospettiva di essere sostituiti da altri come qualcosa di insopportabile.
Gli individui appaiono così privi degli stimoli a sacrificarsi per il bene dei posteri e della società, regredendo a comportamenti infantili e rinunciando all’atto maturo per eccellenza, che è quello della trasmissione.

Questa attenzione esclusiva all’oggi ha ripercussioni di larga portata, sia quando si prende in esame la questione ambientale, sia quella delle sempre più degradate condizioni di vita quotidiana della maggioranza della popolazione.

Proseguendo sulla strada tracciata sinora, le generazioni future rischiano di non avere le stesse opportunità di sviluppo di cui noi abbiamo goduto, ed è verosimile che il pianeta che a esse trasmetteremo sarà privo di molte delle risorse di cui abbiamo beneficiato per conquistare la nostra prosperità.

La società attuale sta così di fatto colonizzando il futuro, proprio come tanti colonizzatori europei, in passato, hanno razziato le risorse dei paesi del mondo da loro assoggettati.

Stop that train?

Non è un caso che, dopo mesi passati ad urlare al montare del fascismo incarnato dal governo pentaleghista, il primo grande momento di “lotta al populismo” che ha trovato l’approvazione entusiasta dei giornali e dei partiti politici dell’opposizione […] si sia coagulato in un’opposizione esplicita al movimento sociale e ambientale più forte e radicato degli ultimi 20 anni: il movimento notav.

Perché il movimento notav è ciò che è andato più a fondo su cosa è il capitalismo e cosa è la democrazia ponendo domande all’altezza della crisi sistemica in cui siamo immersi. 

Cosa significa sviluppo? Chi decide sui territori? Come si usano le risorse comuni? C’è un’altra comunità possibile che non passi dalla mediazione dell’opinione ma dall’attivazione politica? 

Infoaut

Siamo noi, e lo saremo sempre di più, a pagare le conseguenze di politiche sbagliate, fatte in gran parte in nostro nome.

Invece di fuggire – a Londra, Berlino, Parigi, Milano, Bologna – invece di lasciare questo paese, assumiamoci un compito.

È ora di dire basta: le battute sul fatto che non avremo una pensione (una sanità, un futuro) hanno smesso di farci ridere.

È ora di iniziare a occuparci della questione seriamente. Sapendo che nessuno ci regalerà nulla, e che è il caso di iniziare a mobilitarsi.

Siamo una generazione di snodo in un deserto politico e sociale. Questi decenni vedranno probabilmente il mondo prendere direzioni fino a ieri impensabili. Nessun partito o movimento ci offrirà soluzioni pre-confezionate, ma starà a noi reinventarcele.

Starà a noi cercare di essere pronti, lottando contro il sistema ed evitando di adeguarci a esso. Per responsabilità verso i figli che abbiamo o che avremo: riannodare un filo che leghi le generazioni invece di metterle le une contro le altre.

Saremo più coraggiosi per i nostri figli di quanto non siamo stati per noi stessi e sfioreremo gli eccessi piuttosto che lasciar deludere e ingannare e tradire e illudere i nostri figli […] si sappia che noi saremo meno pazienti per i nostri figli di quanto non siamo stati per noi stessi. […] Ad ogni costo, a qualsiasi costo strapperemo i nostri figli a questa bassezza, a questa vergogna, a questa schiavitù […] E il fatto che noi non siamo serviti a niente, deve pur servire a qualcosa. […] Io stesso, che mi sono sempre difeso così male e che, per la verità, non mi sono per così dire mai difeso, vedo molto bene fino a che punto difenderemo i nostri figli, e so che li difenderemo fino in fondo; e che resisteremo […]. un particolare rimorso, un particolare onore, un singolare rimorso, sconosciuto a chi non è padre ci spinge in questo momento […] se quest’ultima battaglia è perduta, tutto sarà perduto.

C. Péguy, La nostra giovinezza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fat tax. Rubare ai poveri per ingrassare i ricchi

Vorremmo sottoporre ai lettori alcune riflessioni a partire da un piccolo “caso di studio”: il tema elettorale della Flat Tax. E soprattutto vorremmo dare qualche spunto su come affrontarlo da sinistra.

Partiremo dunque da una proposta evidentemente di destra (definita quantomeno come forza elettorale; non iniziamo a discutere se destra e sinistra esistono ancora, vi prego, prima di finire l’articolo) per capirla e contrastarla.

A metà articolo troverete una cesura, che separa radicalmente due prospettive: laddove infatti la disamina dettagliata di una politica è un momento necessario per capire se rigettarla, non è detto che l’approccio analitico sia il modo migliore di contrastarla. In questa seconda sezione faremo pertanto qualche riflessione su come combattere una politica a noi indigesta.

Sia chiaro: non vogliamo dire la parola definitiva sulla Flat tax e men che meno risolvere i (tanti) problemi della sinistra in questo banale articoletto. Non abbiamo le “istruzioni per l’uso”, sebbene questa sia la forma che provocatoriamente abbiamo adottato. Non vogliamo insegnare niente a nessuno. Vorremmo discutere assieme qualche spunto, eclettico, di riflessione.

 

ATTO PRIMO

Come affrontare un tema, dal punto di vista analitico, passo dopo passo.

 

  1. Definire concettualmente l’oggetto

Cosa vuol dire Flat Tax, nelle sue accezioni?  Essenzialmente, per Forza Italia e Lega, un’aliquota unica per tutti coloro che sono soggetti a imposizione fiscale (cittadini e imprese), che stanno al di sopra di una “no tax area”. Ad esempio, si può decidere che sopra i 12mila euro di reddito annuo, si applichi una aliquota fissa del 23% su quanto supera questa soglia (proposta di Forza Italia).

Per questo viene definita “flat tax“, ossia letteralmente “tassa piatta”, o meglio tassa “fissa”. Come le offerte “flat” delle nostre compagnie telefoniche.

Si tratta quindi di un sistema proporzionale (ognuno paga in proporzione a quanto guadagna), ma non progressivo (ognuno paga la stessa identica percentuale, vale a dire che i ricchi non pagano percentualmente più dei poveri).

 

  1. Analizzare il tema e la proposta

Analizzare la proposta vuol dire sviscerarne gli effetti pratici, le ricadute, le coperture finanziarie.

Le differenze con la situazione odierna sarebbero per sommi capi queste: scomparirebbero le aliquote attuali superiori al 23%, ossia il 27%, il 38%, il 41% e il 43%; la “no tax area” passerebbe da circa 8 mila euro a 12 mila.

Abbiamo detto che la “tassa piatta” è una tassazione proporzionale, ma non progressiva. Banalizziamo e semplifichiamo, per capire meglio. Al di sopra di questa nuova soglia di 12mila euro, si paga sempre il 23%. 230 euro di tasse su 13mila euro di reddito, cioè il 23% di 1000 euro (13mila meno 12mila, uguale 1000 euro), ad esempio. 230mila euro di tasse su un milione e 12 mila euro.  Sono “conti della serva”, per capire il concetto.

tasse redditoSecondo Il Messaggero – giornale sicuramente non di sinistra – “Chi ci guadagna e chi ci perde? […] a perderci non sarebbe nessuno”. Poi aggiunge, però: “I vantaggi si fanno più evidenti man mano che il reddito aumenta”. Oltre duemila euro di tasse risparmiati, rispetto a oggi, per chi ha un reddito di circa 28mila euro. Poi le tabelle si fermano, per pudore, a 300 mila euro di reddito: chi li guadagna, beato lui, “ne verserebbe circa 83 mila in meno al fisco”.

 

  1. Mettere criticamente il punto 2 alla prova dei fatti

Lo stesso quotidiano evidenzia un punto problematico: “Poco si dice sulle coperture (complicate) […] Andrebbero trovate attraverso ulteriori tagli alle detrazioni e deduzioni, riduzioni della spesa pubblica e, secondo le intenzioni, almeno in una prima fase con una serie di condoni fiscali. Poi la scommessa è che ci sia una consistente emersione e un’accelerazione della ripresa che possa aumentare le entrate fiscali”.

Meno tasse per un bel po’ di gente significa meno entrate nel bilancio pubblico. E in tutto questo, la proposta elettorale trascura volutamente almeno tre vincoli: il vincolo del pareggio di bilancio che il Governo Monti inserì in Costituzione; il vincolo del rapporto del 3% tra deficit e Prodotto Interno Lordo (i famosi parametri di Maastricht); infine, ricordiamo una prescrizione costituzionale eminentemente fiscale, ossia che la tassazione deve essere progressiva.

Sono tutti e tre vincoli ideologici (non dovuti a una qualche legge scientifica di natura): i primi due sono dogmi neoliberisti, legati alla cessione di sovranità operata in favore dell’Unione europea. Il terzo è frutto di un compromesso ideologico, in chiave popolare, tra le forze che hanno fondato la repubblica italiana: progressività nella tassazione significava politiche popolari, redistribuzione della ricchezza prodotta, solidarietà sociale. Parole che nel contesto del compromesso keynesiano del dopoguerra potevano piacere tanto ai democristiani quanto ai comunisti. I tempi sono cambiati, ma si spera che questa prescrizione costituzionale di progressività possa creare qualche problema a chi vuole una “tassa piatta”.

 

  1. Leggere i contenuti ideologici sottesi alla proposta (per combatterli)

Meno soldi per un bel po’ di gente vuol dire meno entrate fiscali; e meno entrate fiscali evidentemente significa meno servizi pubblici.

Chi utilizza i servizi pubblici? I ceti medi e bassi, tendenzialmente. Quindi per finanziare gli 83mila euro di risparmio per chi guadagna 300mila euro di reddito annuo, verranno tagliati mezzi di trasporto, chiusi ospedali e presidi sanitari pubblici, impoverite le scuole in cui i privilegiati non mandano i loro figli. Un’enorme opera di redistribuzione verso l’alto: rubare ai poveri e ai meno ricchi, per dare a ricchi e ricchissimi.

La replica da destra è sempre la stessa: “meno soldi in tasse permette di far ripartire l’economia, i consumi dei privati e gli investimenti delle aziende, che – ingrandendo la “torta” dell’economia – porteranno a entrate maggiori per lo Stato”.

Dobbiamo avere la forza di dire che ciò è in gran parte falso e del tutto ideologico. Ci sarebbe molto da discutere sul ruolo dello Stato, che è il primo (e unico) attore capace di contrastare un ciclo economico negativo, ampliare l’attività economica tramite investimenti pubblici, rassicurare i privati rispetto ai consumi e agli investimenti, sostenere l’attività delle aziende con le infrastrutture appropriate.

I privati lasciati a loro stessi, se ricchi, continueranno a investire in attività finanziare: più rischiose, ma con una possibile rendita molto alta. I privati non così ricchi, invece, avranno qualche soldo in più da spendere presso le strutture sanitarie private che i ricchissimi metteranno gentilmente a disposizione, per ovviare alle disfunzioni della sanità pubblica impoverita. Altra geniale operazione indiretta di redistribuzione a favore dei dominanti.

Come insegnava Keynes, i poveri hanno una propensione al consumo maggiore dei ricchi: per vivere decentemente devono spendere un’alta percentuale di quanto guadagnano. E questa riforma “piatta” darebbe ai subordinati cifre ridotte, ben poco decisive nel rilanciare i loro consumi. Soprattutto perché, come dicevamo, quei soldi risparmiati in tasse i poveri (e il ceto medio impoverito) li dovranno spendere per supplire alle carenze del pubblico: trasporti, sanità, scuola, sopra tutte le altre cose.

Come insegnava sempre Keynes, le aspettative sono fondamentali in economia, anche per gli imprenditori: non aprirò fabbriche di ombrelli se sono convinto che per almeno dieci anni non pioverà. Anche se mi regalassero dei soldi, non li userei per la fabbrica di ombrelli, ma per altro. Quindi se mancano le infrastrutture, se non c’è spazio di business per un determinato settore o un piano industriale per l’attività economica del Paese, ben difficilmente l’imprenditore impiegherà quegli 83mila euro risparmiati per attività produttive. Li investirà in borsa o in beni di lusso (che hanno ricadute occupazionali molto ridotte).

È quindi evidente a chiunque voglia interessarsene che la proposta di “flat tax” è un crimine sociale, una scandalosa redistribuzione dal basso verso l’alto.

 

INTERLUDIO

 

Ora, esaurito questo semplice esercizio analitico sulla flat tax, dimenticatelo.

Quello che infatti abbiamo fatto sinora è smascherare la proposta di qualcuno per bloccarla. Ma la proposta era già stata lanciata nell’agone politico e, soprattutto, mediatico. Nulla si dice, quando si parla di “flat tax“, dell’impressionante elusione fiscale dei grandi colossi, della piccola evasione (a volte, consentiteci di dirlo, legata alla sopravvivenza) di tantissimi attori economici medi e piccoli, della rendita finanziaria, delle delocalizzazioni delle imprese, del ritardo nell’innovazione tecnologica…

Il problema è definito in modo semplice e appetibile al grande pubblico: le tasse. La soluzione è evidente a chiunque non si fermi a riflettere: abbattere le tasse. Il mezzo è semplicissimo da veicolare: un’aliquota unica. È un capolavoro comunicativo.

Una volta che la boutade (vera o falsa, intelligente o idiota) è stata avanzata, occupa il centro della scena, conquista l’immaginario, orienta l’attenzione degli oppositori, li costringe a usare quel linguaggio. La “scandalosa redistribuzione per impoverire i poveri e arricchire i ricchi” non rappresenta inoltre nulla di nuovo rispetto a quanto costantemente avvenuto negli ultimi 30-40 anni. La nostra posizione, da sinistra, è stata, nella prima sezione, analitica, reattiva e difensiva. Tre volte debole. Finirà come negli ultimi 30-40 anni.

Il salto di qualità che la sinistra deve fare è essere capace di passare all’attacco.

Trascureremo volutamente dettagli come le definizioni di cosa sia sinistra, di cosa voglia dire fare politiche di sinistra, di discutere della sua stessa esistenza. A volte bisogna andare al concreto delle cose e da qui trarne concetti, piuttosto che il contrario. Inoltre, in un momento come questo, addentrarsi in discussioni sottili su purezze ideologiche è più controproducente e dispersivo che utile.

Non è detto che per immaginare un mondo migliore di questo si debba determinare in ogni dettaglio quello che sarà (e nel mentre morire attendendo la perfezione). Come dicevano i latini, primum vivere, deinde filosofari.

 

ATTO SECONDO

Dalla tassa piatta al re-framing: piccole regole per passare all’attacco.

 

  1. La verità non rende liberi

È l’assioma da cui discende tutto il discorso che segue. I fatti e gli argomenti razionali sono necessari: vengono prima (come analisi preliminare) e dopo (nella scala di priorità) rispetto all’azione politica. Ma non sono ciò che conta di più: nella società della comunicazione quello che è centrale è come un messaggio viene veicolato nella sfera pubblica.

Gli argomenti spesso sono un problema; quali gestire e come comunicarli? Abbandonarli significherebbe giocare con le armi (sporche) del nemico, sarebbe incoerente e inutile; tuttavia, essi devono perdere la posizione centrale. Il motto evangelico per cui “La verità rende liberi” (Gv, 8, 32) non deve più essere il mantra della sinistra: non è infatti (solo) con le statistiche (vere) sulla criminalità in calo, che si contrasta un senso di insicurezza diffuso (vero o percepito).

Come evidenziato tra gli altri da Peter Sloterdijk, la coscienza moderna sembra sancire il divorzio tra ciò che si sa e ciò che si fa: e di fronte alla dilagante falsa coscienza illuminata, non può essere attuato nessun meccanismo di smascheramento-emancipazione.

Ciò che Gesù aveva assunto a motivo di perdono per coloro che lo crocefissero – “costoro non sanno quello che fanno” – nel nostro caso non vale. Sappiamo cosa facciamo, e lo sappiamo con una chiarezza sconvolgente. Siamo ad esempio tutti per lo più consapevoli che le attività umane danneggiano gravemente l’ambiente; ma questa informazione viene ricevuta e non digerita, affonda nella coscienza senza produrre cambiamenti.

Nei confronti di questo fenomeno le armi dell’illuminismo si rivelano spuntate. Non si può più agire con un intento razionalizzatore-illuministico: “se solo sapessero…”, perché questo stato di coscienza non può essere scalfito da alcun invito a vivere consapevolmente, ad avere il coraggio di conoscere (sapere aude!) . Ed è illusorio credere che a partire da un sapere discenda necessariamente un fare.

Bisogna prenderne atto e operare uno spostamento dei pesi e degli accenti su facoltà, capacità, virtù che l’ideale illuminista non aveva mai preso in considerazione.

 

  1. Il fine deve essere utopico, i mezzi realistici

L’uomo politico deve sapere che gli impulsi che danno il là all’agire politico originano da pulsioni scomode. Questa consapevolezza consegna alla riflessione politica – come materia prima da trattare – non le istituzioni, le Costituzioni, gli apparati normativi, ma le pulsioni e le passioni, un materiale infiammabile e intrattabile.

Più che i fatti e le verità, per portare le persone dalla propria parte serve qualcosa che trascini. Un’emozione, una morale, un’utopia. L’utopia è affascinante, complessa, motivante. Ma inviluppata nell’indefinitezza e nella complessità. La sua definizione sfugge alle stesse persone che la sognano.

Come contagiare, allora, altre persone con la propria utopia?

Con la semplicità, l’immediatezza. Le armi della persuasione devono veicolare messaggi complessi in maniera semplice, perché devono raggiungere tutti.

Più un messaggio è grezzo, più funziona: questo è il primo dei segreti della destra neoliberista (e anche di quella social-nazionalista). Hanno una visione dell’uomo semplice, gretta e piatta, ma non del tutto sbagliata. Da lì discende una politica del consenso che funziona.

Bisogna iniziare con slogan e battute a effetto, quindi spiegarli nella maniera più semplice possibile. Infine passare all’analisi, che chiarisce come mai ci siamo sentiti istintivamente d’accordo con quello slogan. L’esatto contrario di quello che la sinistra fa oggi: analizza tutti i risvolti di una situazione, poi cerca di spiegarla con linguaggio perlopiù tecnico, infine conia slogan poco appetibili.

 

  1. Le paure rivelano bisogni reali

Una visione grezza dell’uomo è parziale, ma non falsa: le persone hanno bisogni reali, che sono sopravvivere, mantenersi in sicurezza, autorealizzarsi. Non c’è bisogno di studiare la piramide di Maslow per condividere questa affermazione. I bisogni delle persone sono quindi il punto di partenza per ogni interlocuzione politica. Non le nostre idee, ma le loro esigenze, sono al centro.

Mettersi al servizio delle persone è profondamente di sinistra. Ma purtroppo molta sinistra ormai vive ai Parioli e non capisce la rozzezza delle proteste anti-immigrati della provincia veneta.

Questo deve cambiare. Non nel senso che ci si deve adeguare: ma si deve ascoltare, comprendere. Considerare le vive percezioni di insicurezza, e non solo le fredde statistiche sui furti in calo. Immedesimarsi in persone che non hanno le nostre barriere psicologiche, ne hanno altre (e sia chiaro, noi abbiamo le nostre, spesso ancor più subdole e pietrificanti).

Ripartire dalle paure legate ai temi concreti ci aiuterebbe a fare quanto al punto G e al punto H.

 

  1. Dobbiamo smettere di disprezzare le paure delle persone

Quando le opinioni e le paure delle persone medie non ci piacciono, o sono irrealistiche o oggettivamente stupide, non di meno sono vere per loro. Addirittura aspettative irrealistiche potrebbero realizzarsi: è la profezia che si autoavvera di Merton. Ciò implica che dobbiamo trattarle con rispetto, perché possono essere vere o percepite come vere; e non è detto sia così utile impiegare argomenti esclusivamente razionali (vedi punto A) per confutarle.

Questo è il secondo punto forte della destra neoliberista: cavalcare i bisogni inevasi e le paure dei cittadini è più redditizio che intercettarli e dialogare con loro. Paga dal punto di vista elettorale. Dal punto di vista sociale porta alla distruzione che abbiamo sotto gli occhi.

La sinistra, al contrario, ha ritenuto questi bisogni poco più che vaneggiamenti idioti e senza senso. “Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori!” diceva Corrado Guzzanti. A sinistra dobbiamo smettere di ragionare così, anche se non è facile.

 

  1. Prendere sul serio i bisogni delle persone non significa rinunciare a una proposta

Anzi. La politica è innanzitutto un mestiere di proposta, nel suo senso più nobile, per permettere la convivenza civile delle persone (dal compromesso, al cambiamento utopico). I bisogni vanno intercettati, quindi problematizzati e dialettizzati.

Non è sempre facile. Ma rispondere a bisogni reali significa guadagnare affidabilità e quindi divenire un punto di riferimento e andare al concreto, tutti assieme (vedi oltre i punti H e L). Certo, se si vive alle Vallette o a Quartoggiaro è più facile essere credibili nel proporre questo ragionamento; se si abita a Milano in Via Montenapoleone o in zona Colli a Bologna, è più difficile capire i bisogni delle persone, fare proposte realistiche ed essere considerati interlocutori credibili. Iniziare a prendere i mezzi pubblici potrebbe già essere un inizio.

 

  1. La proposta è il re-framing

Qui siamo alla chiave di volta della strategia che proponiamo.

Senza abbandonarsi a scemenze psicologiste (sullo stile della programmazione neurolinguistica), definiamo il re-framing come capacità di cambiare il modo di percepire una situazione, e quindi cambiarne il suo significato, attribuendogli una diversa immagine.

In questo caso dobbiamo usare l’inglese, poiché è la lingua con cui tecnicamente è stato definito il concetto di framing, traducibile in italiano come “cornice concettuale” o “cornice cognitiva”. Tversky e Kahneman ci hanno vinto un Nobel per l’economia (il solo Kahneman, in verità). Il professor Lakoff ci ha costruito un’intera teoria della comunicazione politica.

Quello che è sicuro è che la cornice definisce il contenuto. Ce lo dicono gli esperimenti di psicologia sociale. Uno degli esempi classici è questo: una malattia provocherà la morte di circa 600 persone. A due campioni di persone viene sottoposta la scelta tra due programmi per fronteggiare l’epidemia. Al primo campione si dice: il programma A, salverà 200 persone; il programma B, ha 1/3 di probabilità che 600 persone vengano salvate e 2/3 di probabilità che non si salvi nessuno. Il 72% delle persone sceglieva il programma A. A un secondo campione, veniva presentato lo stesso problema, ma con una diversa formulazione della modalità d’intervento: col programma C, 400 persone moriranno; con il programma D, c’è 1/3 di probabilità che nessuno morirà e 2/3 di probabilità che muoiano 600 persone. Il 78% preferiva la soluzione D. Basta riflettere un momento per capire che i piani terapeutici A e C sono identici e così pure B e D: essi inducono frame diversi per effetto della differente formulazione.

Dobbiamo quindi disinnescare le “bombe” che sono nascoste dietro l’uso di parole-chiave che definiscono le situazioni. “Carico fiscale” o “pressione fiscale” hanno un senso di pesantezza intrinseco, pre-razionale. “Contributo fiscale” dà già un taglio diverso, legato alla partecipazione comunitaria del cittadino e non al balzello che grava sul povero contribuente.

Iniziamo ricordandoci, per esempio, che è bene usare l’italiano per togliere fascino alle proposte, dato che siamo un popolo da sempre esterofilo. “Tassa piatta” suona decisamente meno accattivante di “flat tax“, non trovate? Per gli anglofoni: per rovesciare tale proposta, potremmo dire che noi preferiamo la “fair tax“.

Fuor di battuta, uno dei piani su cui esercitare il re-framing è proprio quello lessicale, come abbiamo visto. Non vogliamo arrivare a dire che le tasse sono “una cosa bellissima” (citando Padoa Schioppa…), però sono ciò che rende possibile avere ospedali, scuole, autostrade, ferrovie. Che altrimenti non ci sarebbero, perché i privati senza Stato non sarebbero capaci di rispondere a questi bisogni sociali.

Un’opportunità di re-framing si è presentata nel 2009, quando in Europa infuriava la polemica tra cicale (i paesi del sud Europa in crisi per i debiti) e le formiche (i paesi “sani”, come la Germania). In tale contesto, Yannis Varoufakis ha esercitato bene il re-framing:

 

La storia dominante in Europa oggi è che, nelle notti ghiacciate di questo terribile inverno, le cicale meridionali bussano alle porte delle formiche del nord, col cappello in mano, in cerca di un piano di salvataggio dopo l’altro. […] se vogliamo utilizzare il racconto di Esopo per capire la débacle della zona euro, è meglio mettere le formiche e le cicale al posto giusto! Le Formiche Greche: coppie che lavorano duro, con due lavori a bassa produttività […] ma che tradizionalmente trovavano difficoltà a far quadrare il bilancio a causa di bassi salari, sfruttamento delle condizioni di lavoro, […] forti pressioni da parte delle banche e altri a prendere prestiti in modo da poter dare ai loro figli quello che la TV raccomanda che a nessun bambino dovrebbe mancare […] Le Formiche Tedesche: lavorano duro ma sono relativamente povere […] Il loro lavoro sempre più produttivo e i salari bassi stagnanti, hanno fatto sì che i tassi di profitto in Germania siano saliti alle stelle e siano stati convertiti in surplus […] Una volta creati, questi surplus hanno ricercato rendimenti più elevati altrove, a causa dei tassi di interesse bassi indotti in Germania dalle stesse eccedenze. E’ stato a quel punto che le cicale Tedesche (gli inimitabili banchieri il cui scopo era quello di massimizzare i guadagni nel breve periodo con uno sforzo pari a zero) hanno guardato a sud per far buoni affari. […] Cosa succede quando le inondazioni di soldi fluiscono inaspettatamente? Si formano le bolle. […] Arrivata la crisi, alle formiche Tedesche è stato detto che dovevano stringere la cinghia ancora una volta. Gli è stato anche detto che il loro governo stava mandando miliardi al governo Greco. Dal momento che non gli è mai stato detto che al governo Greco non è consentito usare questo denaro per attutire il colpo alle formiche Greche […] sono rimasti fortemente perplessi: perché stiamo lavorando più duro che mai, e portando a casa meno che mai? Perché il nostro governo invia il denaro alle cicale Greche e non a noi? […] La nostra unica opzione: sovvertire la storia dominante. Riconoscere la coesistenza di formiche trascurate e cicale troppo viziate in tutta la zona euro è un buon inizio.

 

  1. Dal re-framing al framing?

Al punto F però siamo ancora su un piano reattivo. Come costruire un frame, per usare un linguaggio gramsciano, egemonico?

Probabilmente il nostro non è il momento storico giusto per poterlo fare compiutamente (vedi punto N); tuttavia, cerchiamo almeno come riferimento un modello a suo modo vincente. Se infatti prendiamo a modello un vincente, e alla fine perdiamo, saremo sconfitti, ma non perdenti. Se non abbiamo nessun modello (perché a sinistra ci piace essere nichilisti) allora saremo perdenti a priori, emarginati che non si sono mai battuti.

Barack Obama veniva da un’onda lunga conservatrice che durava dai tempi Reagan (forse di Nixon?) e obiettivamente non è stato in grado di contraddire lo “spirito dei tempi”. Da Presidente non ha concluso molto; ma perlomeno ha suscitato forze nuove e genuine e ha comunque conquistato il potere, costruendo consenso intorno a un framing rivoluzionario per gli Stati Uniti del XXI secolo, basato su una parola semplice: “Hope”. Speranza in risposta alla più grave crisi economica di tutti i tempi e alla minaccia terroristica, congiuntura che mai gli USA avevano vissuto.  Insomma, il terreno non sembrava propizio.

Lakoff, a proposito proprio dell’Italia, disse realisticamente che ” i politici che vincono sono coloro che controllano le menti, e gli esseri umani non sono razionali. Oggi ciò che conta è far condividere agli altri la propria morale”. “Ragionamenti molto complessi” sono inefficaci se non propongono “un sistema morale alternativo”.

Quindi bisogna tenere in conto l’abilità oratoria e di re-framing di Obama per spiegarne il successo, senza dimenticare una azione dal basso che lo ha sostenuto sia a livello digitale (con un buon uso dei nuovi media), sia a livello tradizionale: la chiamano grass-roots politics o, come piace a noi, movimento di base. Potremmo parlare dunque di altri modelli, ognuno con chiari e scuri: Occupy Wall Street, Podemos, Syriza,…

 

  1. La risposta all’altezza dei tempi è un nuovo populismo, ma non un populismo qualsiasi

Bensì un populismo di sinistra, i cui cardini principali siano la capacità di costruire un framing coerente intorno a poche proposte operative. Un buon inizio potrebbe essere ricostruire la lotta di classe a partire dalla contrapposizione tra classe lavoratrice (in cui includere autonomi e piccoli e medi imprenditori che sudano i loro guadagni) e rentiers (coloro che vivono di rendita finanziaria e/o sull’occupazione di posizioni elitarie)? Riprendere lo slogan del “noi siamo il 99%”? Quella stagione non è sopita, così come quelle esigenze non sono scomparse. Ne parleremo ancora, quindi restate sintonizzati.

Non sarà facile nemmeno mettersi d’accordo tra noi su quattro o cinque semplici misure con cui rispondere alle sfide del nostro tempo. A sinistra parliamo tanto di solidarietà, ma spesso siamo degli egocentrici settari. Ad esempio, contrapponiamo lavoro e reddito: cosa intendiamo per reddito universale (inteso come basic income)? Il reddito universale si contrappone alla dignità assicurata solo dal lavoro? O ancora, a proposito della sovranità nazionale: più Stato è garanzia di una politica sociale inclusiva? Lo è invece la piccola comunità, e quindi bisogna frantumare la sovranità? O, al contrario, l’Europa unita è l’unico possibile spazio geopolitico in cui agire?

Non è detto che proposte apparentemente contrapposte si escludano: ridurre l’orario di lavoro è in perfetto accordo con il concetto che ispira il reddito di base, ed entrambe le proposte non contraddicono una politica ambientalista per ridurre l’impronta ecologica. Riappropriarsi della sovranità monetaria non è in contrasto con l’idea di accordi multilaterali europei per garantire la libera circolazione delle persone, ma non dei capitali.

È possibile che, una volta tolte le lenti dell’ideologia più becera, del personalismo, del settarismo, della ripetizione scolastica della propria Weltanschauung, le differenze tra noi siano più tattiche che strategiche o ontologiche. Dobbiamo smetterla con la gara machista a chi ha il marxismo più lungo.

 

  1. Dividersi i compiti e muoversi coordinati

Sarà la difficoltà più grande. Le guerre si vincono con i grandi strateghi, o con i valenti generali? O con un esercito numeroso? O con pochi soldati motivati e disposti al sacrificio? O anche solo con la corretta pianificazione della logistica?

Come ricondurre la discussione (a noi di sinistra piace perderci nelle discussioni sul sesso degli angeli) a un movimento coordinato, non personalistico ed efficace, è un’avventura tutta da scrivere. Per il momento, facciamo che decidere poche regole del gioco: chi deve fare analisi faccia analisi, chi deve comunicare comunichi, chi deve facilitare le discussioni le faciliti. Ognuno si metta a disposizione e sia disposto a mettere in comune le proprie convinzioni e rispettare anche decisioni altrui.

Le energie ci sono già. Sono frammentate e forse disperse. Ma non perse. Vanno riattivate.

 

  1. La presenza nella vita reale sostiene il framing al pari della strategia comunicativa

Dare prova di coerenza aiuta a essere presi sul serio nel re-framing e nel framing. Nel quartiere periferico di Roma come sul palcoscenico politico nazionale. Costruisce il successo elettorale di formazioni prima marginali (vedi Alba Dorata e Syriza), ma soprattutto costruisce legami sociali reali e veri, non social network digitali. Se ci sono risorse relazionali, è più facile aumentare e usare al meglio quelle economiche e di ogni altro tipo.

Quale risposte dare alle persone? Dipende dai loro bisogni reali (vedi punto D). C’è bisogno di casse di mutuo soccorso per i lavoratori autonomi (vedi la cooperativa SMArt). C’è ormai bisogno di poliambulatori popolari (vedi l’ambulatorio popolare di Napoli dell’ex Opg). C’è bisogno di risposte di tipo sindacale che i sindacati, rinchiusi come gruppi di potere, non danno più. C’è bisogno di iniziative culturali, di integrazione, di convivialità. Servono scuole di politica orientate, tanto quanto spazi di discussione aperta.

C’è bisogno di tante cose che già facevamo nell’ 800 e di altre da inventare in forma nuova.

È una sfida aperta, rifondare le une e immaginarsi le altre.

 

  1. Rimanere coscienti delle asimmetrie di potere (e non lasciarsi abbattere)

La sproporzione delle forze economiche, mediatiche e politiche in campo è impressionante; il nostro modello dovrebbe dunque essere la vittoriosa resistenza vietnamita ben più della dirompente invasione del D-day.

Un processo di erosione del capitalismo, piuttosto che una vertiginosa transizione a un nuovo modo di produzione, accettando di dover fronteggiare – come evidenziato da Erik Olin Wright – “un orizzonte temporale imprecisato, ma che punta nella giusta direzione, che abbia dinamiche che generino nel tempo più solidarietà e non meno, più democrazia e non meno, più uguaglianze e non meno”.

La società si sta decostruendo in un turbinio di delegittimazione e disgregazione sociale. Ricordiamoci che la mancanza di autorità non è una cosa buona di per sé. Qui abbiamo una società in cui manca l’autorità ma il potere c’è, è ben vivo, e paradossalmente diventa più forte quanto più perde di legittimità.

Nella guerra di tutti contro tutti che si scatena quando le persone non riconoscono più punti di riferimento (scientifiche, politiche, gerarchiche, spirituali), le elezioni sono ormai quella cosa in cui fake news e fatti oggettivi sono indistinguibili, e alla fine vince Trump.

Trump vince perché ha più denaro, più risorse relazionali, più affinità con le logiche mediatiche. Ma vince anche perché parla direttamente alla “gente”, e ne capisce le paure profonde.

 

  1. Avere pazienza

Bisogna prendere atto che siamo in una fase di reflusso democratico, sociale e culturale. Quindi nessuno si illuda che quanto appena illustrato sia facile o che i nostri figli lo vedranno realizzarsi. Tuttavia abbiamo una posizione di snodo fondamentale: in una società fluida, siamo la generazione della transizione. È il tempo di una “pazientissima semina”. Questo è stato il terzo segreto della destra neoliberista: lo stato sociale non è stato abbattuto in un giorno, ci hanno messo decenni; e non ci sono ancora riusciti del tutto.

 

  1. Fare un profondo respiro

E ripartire dal punto A.

 

 

In evidenza

Capitalismo-zombie: morti che si mangiano i vivi

Morti viventi dappertutto. Si aggirano nelle strade delle nostre metropoli, negli aeroporti, nelle zone industriali delle nostre campagne. Quella che stiamo per raccontare è una storia di morti che si mangiano i vivi.

Prima però un po’ di suspence

La nostra è un’epoca in cui gli zombie sono protagonisti dell’immaginario, personaggi in cui rispecchiarsi e inorridire. Il successo dei telefilm sui morti viventi non sono che la punta dell’iceberg di una passione – meglio dire un rispecchiamento – nata negli anni ’60 al cinema e poi giunta, tra alti e bassi, al boom attuale.

Nel 1968, anno di grandi rivolgimenti, nasceva lo zombie moderno, per merito di George A. Romero e del suo La notte dei morti viventi. A quel film ne seguirono molti altri, tanti italiani e di valore cinematografico, spesso senza la carica di critica sociale dei film di Romero. Tolto dalla tradizione vudù e posto nel mezzo della modernità occidentale, lo zombie diventava – con agghiacciante semplicità – corpo morto che resuscita, schiavo dell’impulso irrefrenabile di cibarsi dei vivi. Il cannibalismo (pulsione primordiale repressa, tabù finalmente superato?) diventa l’essenza dell’esistenza da zombie.

Da allora, i morti viventi sono diventati onnipresenti, non solo sullo schermo, nella musica o nel fumetto. In sociologia è stato coniato il termine mall zombies (zombi da supermercato) per indicare quei consumatori che ciondolano per i grandi centri commerciali, privi di espressività e incapaci di reagire a stimoli diversi dal consumo, incantati dalle vetrine sfavillanti. Nella nostra attuale crisi economica, le banche-zombie si sono rivelate la nostra zavorra più gravosa: morti che camminano.

Ma ciò che è davvero notevole è che, oggi, davvero i morti si mangiano i vivi. Accade nel nostro operoso Nord-ovest, terra (una volta, almeno) di grandi industrie e piccole sfavillanti realtà produttive. La vicenda peculiare che racconteremo è quella della Comital di Volpiano, storica azienda dell’area torinese.

Da sempre capofila del gruppo Cuki, Comital realizza laminati di alluminio per il settore farmaceutico e alimentare. Chi di noi, salvo i giovanissimi, non ricorda la pubblicità degli anni ’80 e ’90, in cui due fratelli giocano a rugby con un pollo ben avvolto nella stagnola, facendolo finire fin dentro una fontana, eppure alla fine portandolo a casa sano e ben conservato?

Era quella la Comital che passava dalle Partecipazioni statali al Gruppo Valetto, e che impiegava 1000 dipendenti nel sito di Volpiano. Ora i dipendenti sono meno di 140 e l’azienda sta per chiudere. Il morto vivente però non è quest’azienda, bensì Comital è la preda.

La gestione Valetto, nonostante un buon andamento di mercato, accumula debiti e inizia a cedere asset del gruppo Comital Saiag. Comital e Cuki entrano nell’orbita del fondo M&C di Carlo de Benedetti. L’ex-amministratore di M&C, Corrado Ariaudo, diventa proprietario del gruppo Comital.

Nel 2014 la francese Aedi, tramite la controllata italiana Lamalù, diventa proprietaria della fabbrica, o meglio della sola attività di laminazione dell’alluminio. I capannoni rimangono di proprietà di Ariaudo, che si tiene anche il marchio Cuki, di cui continua il rilancio. Lo spezzatino era iniziato da tempo, ora continua il banchetto: gli zombie squartano le carni e se le dividono.

Comital Volpiano sarà anche in crisi, ma nel 2014 ripaga i debiti accumulati. Lo fa ad un ritmo addirittura migliore del previsto. Inoltre, ha importanti ordinativi e un mercato in espansione, quello dell’alluminio. L’acquisizione viene celebrata in pompa magna dalle istituzioni regionali e locali, soddisfatte di aver avuto garanzie su sopravvivenza e risanamento della Comital. I primi periodi paiono molto positivi: la nuova proprietà assume più persone di quante ne aveva pattuite, arrivando a 138 dipendenti.

A ben vedere qualche elemento iniziava ad insospettire le istituzioni più attente. Nessun piano industriale verrà mai presentato. I macchinari Comital vengono venduti a una società che li ri-affitta a 300mila euro al mese alla stessa Comital. Il lavoro abbonda, ma si vedono allo stesso tempo difficoltà di approvvigionamento dai fornitori, causa mancati pagamenti da parte di Comital. Nel 2017 Lamalù definisce improvvisamente i problemi non più affrontabili, la fabbrica deve chiudere. Il 28 luglio, con conclusione dell’iter a metà ottobre.

I numeri però non danno loro ragione. Ci sono tre milioni di euro di perdite, ma a fronte di tredici milioni di euro di capitale sociale. I macchinari (rotti e non ancora riparati) cambiano di prezzo a seconda della proprietà sotto cui passano. Il 22% del mercato europeo del laminato d’alluminio rimane in mano a Comital: quando i fornitori vengono pagati, la fabbrica lavora a pieno regime perché ha ordini da smaltire. Si tratta di “cannibalismo finanziario”, commenta il sindaco di Volpiano.

Aedi non si è solo mangiata un concorrente pericoloso. Lo ha divorato pezzo a pezzo e poi alla fine con un morso netto gli ha staccato la testa. L’azienda non è fallita e con questi conti non potrebbe fallire; infatti si tratta di “liquidazione volontaria”. Come un verduriere che si stufa del suo mestiere e tira giù la serranda; ciò vuol dire che le autorità pubbliche non possono intervenire. Un imprenditore è libero di stufarsi e chiudere la sua impresa. Nessuno può obbligarlo a cederla a qualcun’altro, che continui a far lavorare le macchine e a dare un impiego ai lavoratori. Neppure se c’è mercato per vendere e l’impresa è più che viva.

Il pasto è finito, andate in pace. Un corpo (morto) animato dalla fame che si divora un corpo animato dalla vita. Le partite di giro di tipo finanziario che si mangiano le giornate vissute e sofferte di chi lavora per portare a casa uno stipendio. Comital è viva, non solo perché come azienda avrebbe mercato; è viva perché vive sono le 138 persone che perderanno il lavoro; le loro famiglie sono vive; i loro affetti, la loro fatica e i loro successi sono quanto di più vero e vivo ci sia in giro.

È la finanza che è morta e porta morte. Che si mangia il lavoro, che è quanto di più vivo ci sia, perché lavoro è indubbiamente sinonimo di “travaglio”, di sofferenza e sacrifici, ma significa anche e soprattutto passione, successi, relazioni, indipendenza economica (cioè libertà) e famiglie (cioè responsabilità). In un mondo in cui la libertà economica è assoluta e quindi le brame animalesche di questi cadaveri finanziari sono permesse e incoraggiate, le aziende “sane” somigliano sempre più ai sopravvissuti assediati, rinchiusi nel fortino in una difesa disperata.

Dovremmo rassegnarci ad una società di morti che camminano? Chi ha resuscitato i morti? E chi li ha sguinzagliati contro i vivi? Chi invece ha assistito a queste carneficine senza intervenire? Ma soprattutto: se gli zombie si mangiano quel poco lavoro che ci resta, cos’altro ci rimane?

Uno scenario post-apocalittico, città con pochi potenti che vivono in torri d’oro e masse di superstiti abbruttiti in periferie infelici; dipendenze da droghe, alcol e gioco; famiglie distrutte e separate.

Perfetto per un film di zombie; ma non può essere la realtà.