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La fabbrica del partito

Il titolo non è originale, ma lo è l’intenzione. Il titolo è la parafrasi di un evento che ha già avuto luogo. Nel 2006 – per la seconda volta in dieci anni – Romano Prodi propone la propria candidatura alla carica di capo del governo, per continuare da presidente del consiglio quell’opera di demolizione dello stato sociale che molti anni prima gli era stata commissionata, e che aveva egregiamente svolto come ministro e funzionario. A tale scopo riunisce una improbabile e vacillante maggioranza di partiti diversissimi tra loro (che avrebbero nuovamente fatto durare il governo giusto un paio di anni…) battezzando il tutto non più come l’Ulivo, ma come l’Unione (che in effetti è nulla più che un’unione elettorale).

È in questa occasione che il nostro, a un anno dall’inizio della campagna elettorale, decide di inaugurare la “fabbrica del programma”. Un vero e proprio mondo alla rovescia, dal momento che le formazioni politiche dovrebbero per logica aggregarsi partendo da idee comuni, e non viceversa: un partito lo fai se condividi un programma, non fondi prima il partito e poi cerchi il programma…

Ma tant’è. D’altronde, basti pensare che oggi al governo siede un partito di maggioranza relativa che è composto da gente che non solo non la pensa nello stesso modo, ma a volte nemmeno si conosce.

Lo scopo di queste poche righe è quello di aprire una riflessione e un dibattito proprio sulla forma organizzativa, che non bisogna confondere con il programma, che vive di un dibattito e di logiche proprie.

La forma è altrettanto importante del contenuto, e forse oggi lo è ancora di più, dal momento che con il vecchio sistema è caduto anche il sistema dei partiti, senza che sia però venuta meno la necessità di una organizzazione strutturata (che la si voglia chiamare partito oppure no). In questo senso qualsiasi progetto politico in gestazione dovrebbe mettere all’ordine del giorno, ancora prima della “fase costituente” vera e propria, un serio dibattito sulle forme organizzative, e tarare le proprie ambizioni tattiche e strategiche sulle forme scelte.

Il fatto che un dibattito simile sia necessario è ormai riconosciuto da più parti. Come sottolineato da Paolo Gerbaudo in un recente articolo scritto per la rivista americana Jacobin, sono i fatti stessi a smentire chi dava per scontata la morte della forma partito, magari accompagnata dalla “fine della storia” in salsa neo-liberale. Che piaccia o meno, i protagonisti della politica continuano a essere i partiti (e il fatto che alcuni di essi preferiscano definirsi “movimenti” è interessante, ma non decisivo).

Incominciamo con il chiarire come non ci sia una sola formula corretta, che permetta di scartare tutte le alternative.

Le variabili da combinare e di cui tener conto sono infatti l’esperienza (di chi le realtà di partito o di movimento, piccolo o grande, le ha vissute), la preparazione (di chi le realtà di partito o di movimento, piccolo o grande, le ha studiate) e l’attenzione alle dinamiche del presente (che è il fattore determinante per comprendere cosa oggi funzioni e cosa no, che cosa possa funzionare a un determinato stadio e cosa a un altro).

Se la confusione all’inizio del dibattito sarà molta, come è normale che sia, il risultato finale dovrà però essere limpido, perché lo scopo sarà precisamente sgombrare il campo da modelli e meccanismi che possano nuocere al progresso e alla solidità del progetto.

Il fatto che oggi non ci siano quasi più partiti politici di stampo “classico” non vuole necessariamente dire che il partito, ossia l’organizzazione strutturata con un minimo di rigidità, non sia più performante. Non a caso allo stato attuale delle cose hanno (bene o male) retto alla botta dell’ultimo decennio solo la Lega Nord (l’ultimo partito della Prima Repubblica, nato nel 1987) e il PD, recente di formazione, ma erede di vecchie strutture e logiche partitiche.

Al contempo occorre fare i conti con tre diversi modelli (Craxi, Berlusconi e Putin) vincenti e relativamente recenti, che del partito hanno volentieri fatto a meno, non limitandosi a ridurre i partiti a strutture flessibili, ma considerandoli una vera e propria zavorra di cui liberarsi. Si tratta certamente di tre “uomini forti”, ma bollarli come bonapartisti senza analizzare le loro prassi politiche sarebbe un errore, dal momento che (a loro modo) sono risultate vincenti.

Un punto di partenza per la trattazione dei modelli organizzativi potrebbe essere il partito gramscianamente inteso, con un impianto forte e strutturato. È una proposta di quasi cento anni, ma in questi cento anni ha dato i suoi frutti.

I tre esempi italiani di questo genere di organizzazione sono stati il Partito fascista, il Partito comunista del dopoguerra e la Democrazia cristiana. Sebbene questo accostamento possa risultare istintivamente indigesto, la forzatura è necessaria ed è dettata dal fatto che prima degli anni trenta i partiti in Italia erano quasi esclusivamente circoli di simpatizzanti che preparavano liste di notabili da candidare, e facevano a botte (anche in modo sanguinoso) nelle campagne elettorali.

Il modello organizzativo delle tre mastodontiche strutture citate è quello della filosofia della prassi, interpretando il termine prassi non come un sinonimo di azione e/o lavoro, ma come praxis (neo)idealistica, intesa come procedura antropologico-politica (nota tanto a Gramsci quanto a Gentile) di elaborazione e produzione di una soggettività collettiva.

È precisamente quest’ultimo a fornire un apporto decisivo nell’organizzare in modo capillare il partito fascista, il cui massimo studioso in quegli anni fu proprio Palmiro Togliatti che – toccata con mano la fragilità del PCdI nato nel 1921 – dall’esilio in Unione Sovietica ebbe il tempo necessario a riorganizzare le forze per non sbagliare il tiro nel dopoguerra.

E il tiro non lo sbaglierà, a tal punto che la solidità del nuovo PCI costringerà gli altri partiti ad adeguarsi e a dotarsi di strutture solide (ed estremamente costose), a cominciare dalla DC, nella quale viene commissionata a Fanfani (esponente formatosi nel partito fascista) l’organizzazione di una delicata marcatura a uomo delle case del popolo, a cui si decide di affiancare capillarmente le inedite sezioni democristiane.

Lo scheletro di queste tre formazioni viene in parte ripreso dagli altri partiti della Prima Repubblica, dei quali però solamente PSI e MSI si doteranno di sezioni e sedi, senza tuttavia riuscire a raggiungere una capillarità di strutture e soprattutto di sovrastrutture (è bene tener presente che il “partito mastodonte” della prima repubblica si regge anche grazie alle sovrastrutture collegate, dalle cooperative di lavoro, ai giornali, alle associazioni sindacali, fino ai circoli ricreativi e ai centri studi).

Un altro interessante caso di studio sono i movimenti extraparlamentari: in certi casi il clima di spontaneismo ha influenzato in modo negativo l’organizzazione, in altri, invece, proprio il fatto che alcuni fondatori arrivassero dai grandi partiti ha comportato che sapessero come impostare le strutture, anche facendo fronte alla penuria di mezzi.

Al di là del contenuto ideologico, i tre esempi da considerare sono Servire il popolo, anomalo caso di movimento extraparlamentare degli anni settanta (costruito sulla base del modello PCI degli anni cinquanta, con tanto di mini sovrastrutture embrionali e di cassiere idrovora), Lotta continua e Ordine Nuovo, altri due gruppi specializzati nell’approvvigionamento dei fondi, ben organizzato come movimento il primo, e ben organizzato nelle tappe per arrivare a movimento il secondo (centro studi – formazione  quadri – movimento politico).

Insomma, anche guardando al passato e non al presente le vie da studiare sono molteplici.

Gli ultimi anni hanno visto numerosi tentativi di dare vita a un soggetto politico rappresentativo di chi vorrebbe declinare “a sinistra”, o se preferiamo in senso socialista, i temi della sovranità nazionale e del cosiddetto “populismo”, che altro non è che una domanda collettiva di protezione dagli effetti nefasti della globalizzazione.

Quasi tutti questi tentativi si sono arenati in breve tempo.

Oppure hanno creato una nuova, piccola (pur dignitosissima e benemerita, sia ben chiaro) nicchia ideologica in un universo come quello degli interessati alla politica, che oggi è a sua volta un “micro-habitat” che coinvolge una minoranza sparuta di persone.

Le ragioni sono molte.

Tutte queste esperienze hanno focalizzato una grande attenzione sull’elaborazione programmatica (riecco la “fabbrica del programma”) e su analisi teoriche spesso brillanti, che però sono rimaste confinate nella nicchia di cui sopra.

Il lavoro organizzativo, ivi compreso il dibattito sulle forme di organizzazione, è stato generalmente trascurato, anche perché – oltre a essere meno gratificante e a dare poca visibilità a chi lo porta avanti – rappresenta un “mestiere” (diremmo quasi un “artigianato”) difficile e ormai in gran parte dimenticato. In questo senso fa riflettere il fatto che anche Tremonti e Fini abbiano tentato di costruire dei partiti e non ci siano riusciti, pur disponendo di risorse senza dubbio notevoli.

D’altro canto non dobbiamo nasconderci che viviamo un periodo difficile, un’epoca che segue la sconfitta di tutti gli esperimenti novecenteschi che hanno tentato in qualche modo di porre un limite al dispiegarsi incontrollato della logica del capitale, e in qualche caso anche di portare al potere le classi dominate. Al proposito Gerbaudo non sbaglia a ricordare che la forma-partito è stata a lungo una “arma dei deboli”, che rispetto alle classi dominanti dispongono di meno luoghi fisici e istituzionali per incontrarsi e coalizzarsi.

Chi parla dell’attuale congiuntura come di una finestra favorevole per la coltivazione e l’organizzazione del dissenso secondo noi scambia un (innegabile) sentimento generale di rabbia e di sfiducia per la disponibilità a mobilitarsi in nome di una qualche causa articolata. Gli scontenti abbondano oggi più che mai, e li si possono trovare con facilità in qualsiasi ufficio, fabbrica o bar. Ma una cosa è lo scontento che, nel migliore dei casi, è riuscito a raggiungere un buon grado di consapevolezza e perfino di formazione ideologica autodidatta, altra cosa è il militante in potenza, disposto a sacrificarsi e a lottare. Si tratta quindi di un dissenso passivo, che si esprime elettoralmente, con l’astensione o il voto ai partiti “populisti” già esistenti.

Lo spirito del tempo è fatto di apatia e di analfabetismo politico di massa, per cui sarebbe – ad esempio – ridicolo parlare ai propri amici e colleghi di “socialismo”, perché sarebbero costretti a consultare un dizionario, o ancor peggio lo ricondurrebbero all’esperienza di Craxi e dei suoi quaranta ladroni.

Al proposito però qualsiasi atteggiamento moralistico sarebbe fuori luogo: non è la vigliaccheria la causa principale di questa apatia cronicizzata.

Anche in questo caso è utile guardare al passato per schiarirsi lo sguardo. Chi scrive ha avuto la fortuna di dialogare con diversi protagonisti delle lotte di fabbrica degli anni sessanta-settanta, per intenderci gente licenziata sei o sette volte di seguito per ragioni politiche o sindacali; certamente stiamo parlando di generazioni dotate di tutt’altre doti di resistenza fisica, psicologica ed etica. Ciò non toglie che chi è stato licenziato sei volte per avere scioperato evidentemente è stato assunto altrettante volte senza grossi problemi.

Oggi, dopo anni di crociate anti-sindacali, di smantellamento dei diritti sociali e di disoccupazione di massa, “solo i pazzi scioperano” (per citare uno dei veterani di cui sopra). Lo sbilanciamento dei rapporti di forza tra dominati e dominati mina alla base qualsiasi antagonismo serio. Se si prende atto di ciò, non bisogna escludere la possibilità che l’epoca della “seconda Restaurazione” (Badiou) duri decenni, e non resti che coltivare dignitose nicchie di dissenso e affinare gli strumenti di analisi e di lotta per chi verrà dopo.

Chi non si vuole rassegnare del tutto potrebbe partire dalle esigenze materiali del “popolo”, in altre parole dalla vituperata ma spesso lucida “pancia”, ancor prima che dal “cervello”. Non si tratta di anti-intellettualismo: è solo una delle possibili conclusioni di una analisi spietata del presente.

 

 

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Previsioni per tempo

Non potrete dire che non vi avevamo avvisato. Avvertenza: tenere lontano da militanti politici suscettibili.

Proviamo a fare, attraverso un piccolo gioco, delle previsioni sulle elezioni parlamentari del prossimo marzo. No, non cercheremo di indovinare il vincitore o le percentuali dei partiti. Per quello ci sono già i sondaggisti ed i (talvolta più affidabili) bookmakers (di cui esiste il termine italiano, quasi losco ma legale, “allibratori”).

Piuttosto, tiriamo ad indovinare quali saranno gli argomenti che “terranno banco” nella prossima campagna elettorale e vediamo, di ognuno, gli “effetti collaterali”, il rimosso. Considerate questo breve articolo un piccolo “bugiardino”, da leggere per iniziare a destreggiarsi tra slogan, dogmi e falsi miti, prima che la febbre elettorale vi colga e dobbiate fare uso della tessera elettorale.

Abbozziamo un elenco, in ordine strettamente alfabetico, dei temi che saranno in voga:

D di Diritti – la sinistra non avrà molti altri “successi” da cavalcare, dato che dal punto di vista sociale il suo contributo è altrimenti “non pervenuto”; la destra ne approfitterà per osteggiare diritti contrapposti ai Valori. Mai si parlerà di diritti e possibilità economiche, assieme. Allo stesso tempo, agli ultras del diritto di ognuno di fare qualunque cosa, non basterà quanto fatto finora, a torto o (qualche volta) a ragione. Si parlerà ancora di Ius soli e forse di eutanasia, dopo l’affossamento del primo e l’approvazione del testamento biologico. Il tema delle unioni civili dovrebbe lasciare più sullo sfondo il matrimonio omosessuale, mentre è possibile che si parli di parità delle retribuzioni tra uomini e donne. In ogni caso, saranno diritti senza doveri o doveri senza diritti.

E di Euro (più che di Europa) – la camicia di forza imposta dall’euro ha, secondo molti, impoverito il sistema produttivo del paese, che era basato anche sulle svalutazioni competitive (che rendevano più facilmente esportabili i nostri prodotti), mentre secondo altri ha tutelato il paese dalla correlata inflazione. Quel che è certo è che si discuterà di moneta in termini referendari: euro sì oppure no. Dimenticandoci che la sovranità monetaria non è solo disporre di una propria moneta, ma anche avere il controllo di una banca centrale al servizio del pubblico interesse, ad esempio. O che il tessuto produttivo, euro o non euro, si ricostruisce con una seria politica industriale, termine che per il neoliberismo imperante (di cui l’Unione europea è una manifestazione originale) è una bestemmia. Probabilmente non si andrà molto al di là delle retoriche anni ’90, da cui siamo nauseati: da una parte l’euro quale fattore di modernizzazione per un paese arretrato, che altrimenti affronterebbe l’apocalisse di un’uscita dalla moneta unica, dall’altra la bellicosa retorica spicciola di vecchi e nuovi oppositori (alcuni improvvisati) dell’euro, ma non dell’ideologia da cui è stato concepito.

I di Immigrazione – tra successi veri o presunti del governo (lo “stop” agli sbarchi……) e le retoriche pro e contro l’integrazione, parleremo molto dei migranti che devono ancora arrivare e di quelli che sono già qui. Ma non parleremo del fatto che non è possibile accogliere tutte le persone in cerca di lavoro. Non diremo ad alta voce che non si può accettare acriticamente lo slogan semplicistico “aiutiamoli a casa loro”, per vari motivi. Primo perché gli che aiuti economici “a pioggia” non migliorano le condizioni dei popoli interessati; secondo perché chi parla di immigrazione solitamente i fondi alla cooperazione li ha tagliati, senza sostituirli con alcunché; infine perché a monte ci sono cause economiche, geopolitiche e sociali che scatenano le migrazioni su tutto il pianeta, non solo verso la nostra piccola Italia. Nessuno ricorderà che le nostre leggi non riescono ad impedire la permanenza degli spacciatori pluripregiudicati, ma in compenso inchiodano al rimpatrio i muratori stranieri che non hanno altra colpa se non il lavorare in nero. Trascureremo il fatto che le nostre periferie sono imbottite di emarginati, italiani e non italiani, il cui malcontento prima o poi esploderà. Insomma, se ci dimentichiamo di tutte queste cose… di cosa stiamo parlando? Resteranno solo buonismi e complottismi.

L di Lavoro – Quasi tutti contrappongono il Lavoro all’integrazione del Reddito, inteso come l’ennesimo ammortizzatore sociale, puramente assistenziale (vedi oltre). Comunque, ci aspettano grandi promesse, miliardi di posti di lavoro. Una buona soluzione potrebbe essere far vincere tutti: la somma aritmetica dei posti di lavoro promessi da ognuno potrebbe consentirci di avere almeno due impieghi a testa. Il problema vero rimarrà sullo sfondo dei cartelli elettorali: quale lavoro? Lavori pubblici elargiti a piene mani sono impossibili, anche a causa di vincoli come il pareggio di bilancio in costituzione. Le aziende italiane, invece, sono in posizioni subordinate nella divisione internazionale del lavoro, quindi si dovrebbe aiutarle a produrre cosa (quali prodotto) e come (con quali tecnologie)? E poi, questo lavoro sarà pagato quanto al dipendente? e tassato quanto, per l’azienda? Il precariato imposto, le tutele degli autonomi, il rilancio del sistema produttivo nell’economia globale… saranno sottotemi oscurati dalle cifre sparate a destra e a manca. Il “futuro senza lavoro” per noi è già presente…

R di Reddito – “grande è la confusione sotto il cielo”… il tema è di gran moda, ma pare nessuno ci capisca nulla. Né le formazioni a favore di qualche misura di integrazione del reddito, né quelli contro. Basti elencare i nomi attribuiti a misure tra loro molto diverse (ma mai analizzate a fondo): “reddito di inclusione” (governo Gentiloni, elemosina di Stato per i poverissimi, subordinata alla permanenza nello stato di povertà); “reddito di cittadinanza” (il M5S, cui va riconosciuta la paternità, lo propone di nuovo come misura contro la povertà, condizionata da percorsi di inserimento lavorativo, fino a 700 euro circa); “reddito di dignità” (quando c’è da cavalcare l’onda Berlusconi è sempre un maestro: gli euro diventano 1000, non si sa bene se condizionati, né come saranno finanziati). Nessuno, sicuramente, ha letto Van Parijs, il teorico del “reddito di base”: stessa cifra erogata a tutti (da Berlusconi a chi vi scrive), su base individuale (per le famiglie, la cifra si somma), incondizionata. Per liberare le persone dalla schiavitù del lavoro e sostenere il reddito di tutti, ma con un sistema fiscale progressivo (per cui il ricco riceve il reddito, ma lo finanzia pagando più tasse). Si può essere d’accordo oppure no. Quel che è certo è che l’analisi sta a zero, le balle elettorali a mille (euro).

S di Stabilità – ce la chiederanno immediatamente i famigerati mercati, dopo elezioni senza una chiara maggioranza. I risultati possibili? Ancora il governo Gentiloni (sarebbe accanimento terapeutico?), una “grande coalizione” PD-Forza Italia (che a parole nessuno vuole, ma vedremo), una coalizione “anti-sistema” che difficilmente avrà i numeri (M5S con Lega o Liberi ed Eguali, come se fossero equivalenti…). In ogni caso, la legge elettorale è un “pastrocchio” che non facilità l’individuazione di maggioranze coerenti e allo stesso tempo non darà granché in termini di rappresentatività proporzionale. Quel che è certo è che i partiti si daranno da fare (ipocritamente?) per distanziarsi il più possibile, salvo poi decidere post-voto per alleanze anche innaturali. Ancor più certo è che i media ci bombarderanno di speculazioni sul tema, coprendo in tal modo questioni di impatto decisamente più diretto nella vita degli italiani. I mercati, i politici, e spesso anche i militanti, purtroppo si eccitano spesso con il punto G (di Governabilità).

T di Tasse – tema onnipresente nel paese dall’elevata tassazione e dall’abnorme evasione, ora però pure sulla scia del taglio delle tasse di Trump (che come al solito avvantaggerà chi ha redditi più alti e toglierà servizi a classe media e poveri). Le retoriche contrapposte, tutte e vere e tutte faziose, oscilleranno tra “- La tassa sulla prima casa l’ho tolta io – No, io” e “flat tax per tutti”. Probabilmente non toccheremo le vette del creativo “le tasse sono una cosa bellissima” di Padoa-Schioppana memoria, ma toccheremo il fondo con lo “Stato criminale ed inquisitore” in cui “è tutto un magna magna”. La questione dove la nostra italianità viscerale viene meglio messa in scena.

Che dite, ne abbiamo dimenticato qualcosa? Magari direte la P di Pensioni o di Plastica (sacchetti di), la D di Debito, la I di Innovazione, la F di Fake news. Ci torneremo.

Soprattutto, però, ci chiederemo: quali sono i temi che dovremmo discutere, ma di cui nessuno sta parlando?

Disobbedienza populista

L’accusa di “populismo“, in questo nostro inizio di millennio, sembra destinata a rimbalzare da un media all’altro, dalle prime pagine dei giornali alle copertine dei tg.

Populismo è oramai una parola buona per tutte le stagioni, utile a definire spregiativamente una serie di movimenti tendenzialmente “anti-sistema”, che si richiamano ad un “popolo” contrapposto alle élite. Per dirla con Alberto Bagnai, «è il termine con il quale certi sinistri intellettuali etichettano qualsiasi circostanza nella quale il popolo non fa ciò che loro hanno deciso che faccia».

Così come alle élite socio-economiche non interessa definire meglio ciò che è populista, bensì agitarne lo spauracchio, allo stesso modo a noi preme ora – anziché analizzarne la semantica – dare una lettura del populismo alla luce dell’uso che di questo “insulto” fanno i tutori dell’ordine simbolico.

La nostra tesi è che accusare di populismo serva a dare una patina di illegittimità e pericolosità a determinate tesi, per bloccarne la discussione sul nascere. Noi riteniamo, invece, che quello che viene additato come populismo sia innanzitutto una reazione alle difficoltà: una reazione legittima ad un disagio reale.

A questo proposito, secondo voi chi ha detto: «in greco xenofobia vuol dire paura dello straniero, mentre viene usato nel dibattito pubblico come razzista. La paura dello straniero è un sentimento più meno razionale, ma del tutto legittimo. Nessuno deve vergognarsi di aver paura di qualcosa».

Un aggressivo leghista? Un esaltato pentastellato? Un destroide populista?

La citazione è di Luca Ricolfi, che ha un cursus honorum, per così dire, di tutto rispetto: sociologo all’Università di Torino, editorialista di importanti testate (La Stampa, Il Sole 24 Ore, Messaggero), “organico” ad una certa sinistra borghese e illuminata. Un autore non sospetto di complottismo, facilmente riconducibile all’élite (perlomeno accademica).

Qui brevemente “cannibalizzeremo” alcune sue conclusioni, contenute nel suo ultimo libro. Lo faremo perché la riflessione di Ricolfi è paradigmatica: è un tentativo di critica dall’interno del sistema, che coglie le istanze populiste (o popolari?) e cerca di capirle, piuttosto che giudicarle.

Ma soprattutto, è la storia di un ripensamento. Dice Ricolfi: «L’idea, a cui io stesso mi sentivo vicino, era che l’eguaglianza potesse essere garantita dal mercato: cioè un mercato funzionante, con alte dosi di meritocrazia, avrebbe potuto promuovere una maggiore uguaglianza. Non era folle come progetto. Ma è fallito». Forse la sinistra dovrebbe rendersi conto che, se non folle, era un progetto quantomeno bislacco e contraddittorio; ma quello che ci interessa è sottolineare come questo insigne studioso bacchetti la propria parte politica per un motivo semplice: avere dimenticato quelli che sono i problemi reali degli “ultimi”.

Nel 1989, con la caduta al muro di Berlino, in tutto l’Occidente la sinistra si converte al mercato: spiazzata dal successo del capitalismo, si abbevera delle leggi del mercato e se ne innamora, diventa politicamente corretta e non riesce più a comprendere i bisogni popolari.

Inizia così ad occuparsi sempre più (per non dire esclusivamente) di questioni che non interessano i ceti popolari: non parla più della distribuzione del reddito tra profitti e salari, dell’inflazione, o di come aumentare gli investimenti, ma inizia a parlare di eutanasia, d’indulto, di ambiente. Una serie di tematiche che – per quanto importanti – non spostano un euro e non costano, che non costringono a muovere risorse da un settore all’altro (o da una classe all’altra), ma soprattutto che interessano quasi esclusivamente il ceto medio.

A chi sta in una periferia degradata, non importa molto dei matrimoni gay: gli importa della disoccupazione, del degrado, della criminalità, dei pericoli per strada, delle buche, delle code alla ASL… sono questi i problemi che interessano la gente che sta in situazioni difficili. Ma di questa gente la sinistra non si occupa più. La sinistra oramai guarda e si rivolge esclusivamente ai “garantiti”.

È proprio nel momento in cui si è persa la capacità di entrare in sintonia col popolo, che si inizia a temerlo accusandolo di populismo. Come dice Ricolfi, e non solo lui, la domanda populista è domanda di protezione, essenzialmente da due rischi: difficoltà economiche e immigrazione. Le prime sono il diretto risultato, voluto o incosciente, delle politiche che le classi dirigenti hanno scelto di perseguire per il loro irrazionale interesse di arricchimento. La seconda mostra tutti i limiti e le incapacità di gestire il fenomeno da parte di una élite buonista o dalle ricette semplicistiche.

La vera chiave di volta sarebbe capire come il sistema gestirà questo sovraccarico di ansie, paure, rabbie. Un indizio per formulare un’ipotesi è rilevare che “populismo”, ai nostri giorni, rimane un insulto “politicamente corretto” che corrisponde a un interdetto: un vero e proprio tabù escludente dal dibattito politico, che al pari degli altri tabù politicamente corretti, impedisce la riflessione critica e stronca sul nascere qualsiasi pensiero alternativo.

Le élite tuttavia hanno fatto i conti senza l’oste…dell’irrazionalità umana, dell’istinto collettivo di sopravvivenza che sembra indirizzare le popolazioni chiamate al voto. E allora accade l’imprevedibile: Brexit, o Trump. Non più e non solo l’astensione come protesta.

Vengono ricercate vie d’uscita dalla crisi del tutto dubbie, ma frutto di proteste comprensibili più o meno razionalizzate, non di ossessioni dementi. Come un animale stretto all’angolo, il “popolo” (classi popolari, ma anche buona parte del ceto medio) reagisce in maniera naturale. Le scienze mediche chiamerebbero tali risposte “reazione attacco-fuga“.  Noi lo chiamiamo istinto di sopravvivenza al disastro imminente.

Se questo fenomeno di “disobbedienza populista” del popolo alle élite si ripeterà ancora, bisognerà riflettere su come agisce e si attiva questo istinto collettivo, che spinge le masse a fare esattamente il contrario rispetto a ciò che l’establishment suggerisce. E si dovrà capire quali risposte potrebbe dare questo establishment minacciato.

I risultati potrebbero essere conflittuali e, per così dire, “pirotecnici“. Il rito della democrazia a suffragio universale comincerebbe a rappresentare un serio pericolo, non più un sicuro sostegno, per il potere costituito. E a quel punto il potere potrebbe decidere di gettare la maschera liberale archiviando l’assetto democratico, fino a quel momento sua bandiera di libertà e di rispetto del consenso popolare, per preservarsi a qualsiasi costo.

In conclusione, la nostra non intende essere una difesa d’ufficio o di appartenenza del populismo: per definire Aristoteles populista dovremmo prima davvero definire di quale populismo stiamo parlando. In una specifica accezione, che non vi riveleremo, siamo orgogliosamente populisti. Quel che è certo è che, se la contrapposizione sarà tra elité e populismi vari, riuscirete facilmente a trovarci dall’unica parte giusta.

Il pesce puzza sempre dalla casta

Siamo passati dalla cultura della vergogna alla cultura del «vergognaaaaa!» urlato scompostamente in ogni occasione utile. «Vergogna» e «dignità» sono le parole d’ordine di questo momento storico. Urli «vergogna» e reclami «dignità». È un misto di catarsi e autoassoluzione, che punta inevitabilmente verso il nulla. (S. J.)

Una lotta simbolica contro corrotti e corruttori, politici privilegiati ed amministratori disonesti, condotta da un popolo buono e vittima. La casta ci ossessiona, in Italia. A partire dalla pubblicazione del libro di Rizzo e Stella, una di quelle opere che, nel loro piccolo, hanno rappresentato lo spirito del tempo. Ormai viviamo nella bolla dell’anticasta come unica forma di critica possibile al sistema esistente.

Poiché però il pensiero critico non si accontenta di questo sterile deserto, di questo dibattito da curva ultrà, vogliamo chiederci: qual è il significato della retorica che si scaglia contro i privilegi del ceto politico? E ancora, a quale uso essa si presta negli attuali rapporti di forza? Andiamo con ordine.

Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che l’impatto reale delle misure anti-casta sulle finanze dello Stato è limitato: 140 milioni di euro dall’abolizione dei vitalizi di parlamentari e consiglieri regionali, in un paese con debito pubblico superiore a 2.270 miliardi, è ben poca cosa. È altrettanto evidente, quindi, chela battaglia anti-casta ha una carica simbolica. In due sensi. L’abolizione dei “privilegi”, un taglio di stipendi e pensioni, renderebbe i politici più vicini al popolo che subisce la macelleria sociale decisa dai politici stessi. Allo stesso tempo, la lotta contro le malvagie élite ha una funzione coesiva e rassicurante. Il popolo si auto-assolve: noi siamo gli onesti che lavorano (le vittime), loro i parassiti, artefici di un sistema disonesto. Il pesce puzza sempre dalla testa.

D’altro canto non è da sottovalutare la grande efficienza con la quale il discorso sulla “casta” soddisfa un arcaico bisogno del popolo italiano: il disprezzo verso se stesso. Una sorta di compiaciuto auto-razzismo è infatti una costante della nostra psicologia nazionale, non solo tra gli intellettuali innamorati del mondo anglosassone o teutonico ma anche e soprattutto nel sentire dell’uomo della strada. In questo senso la “corruzione della casta” non sarebbe altro che la manifestazione più pura dei “vizi degli italiani”, veri o presunti. Ogni italiano sarebbe un corrotto in potenza, proprio come nei film dei fratelli Vanzina dove la fanno da padroni tangentisti e dispensatori di mazzette; non a caso, nella parodia firmata dai registi di Boris i protagonisti finiscono per girare un improbabile Natale con la casta. Infine, cosa ancora più importante, si tratta di un modo per liberarsi dalla fatica che comporterebbe un tentativo serio di cambiare le cose, che va di pari passo con il fatalismo ereditato da due secoli di storia non sempre gloriosa. Infatti, se la corruzione è iscritta nella natura dell’italiano, allora non ci può essere redenzione: non resta che coltivare il proprio orticello e tenersi alla larga dalle sirene della politica.

Il senso critico soffoca così nella morsa dell’anti-casta. Non c’è modo di parlare d’altro. Anzi, tutto ciò che è pubblico è ormai associato alla parola “corruzione”. Eppure non tutte le scelte sono al servizio degli “amici degli amici”. Né tutte le critiche si devono fermare ad interessi di casta dei politici.

Lo smantellamento della sanità pubblica in nome dell’efficienza e del risparmio è figlia di interessi privati ben più ampi di quella degli amici del ministro X: è una scelta politica, figlia di un’idea di privatizzazione del servizio pubblico, condivisa ben al di là della corruzione del tale partito o del talaltro.

Anche perché, guarda caso, la corruzione è sempre presentata come un fenomeno eminentemente pubblico. Il corrotto è per definizione il deputato, il sindaco, il funzionario statale o di partito, raramente è l’agente della finanza o dei grandi gruppi privati. Eppure l’esperienza suggerisce il contrario, ovvero chel’iceberg sommerso della corruzione privata superi di gran lunga il corrispettivo pubblico. Anche e soprattutto nei virtuosi vicini di casa europei che vengono additati come modelli un giorno sì e l’altro pure. In questo modo però si finisce per buttar via l’acqua sporca della “casta” con il bambino della rappresentanza politica, che seppur tra mille contraddizioni, inefficienze e tradimenti ha dimostrato di essere un possibile correttivo al potere illimitato di oligarchie capitaliste impazzite.

Non è che non ci sia del vero, nelle polemiche contro il ceto politico. Tuttavia, gli umori del popolo rischiano solo di essere cavalcati da nuovi “parassiti” al servizio delle stesse vecchie politiche e degli stessi gruppi di interesse. La retorica della casta rischia di ridursi ad un modo di agitare il popolo prima dell’uso.

Oggi, il rappresentante dell’americano impoverito di razza bianca è il miliardario Donald Trump, che con il suo popolo non ha in comune null’altro che il colore della pelle e l’avversione verso i “politici di professione” e i “poteri forti”. Il paradosso è che il messaggio che egli porta con sé fa breccia, sull’onda della retorica anti-politica, permettendo la formazione un governo pieno zeppo di miliardari e banchieri. La classe lavoratrice impoverita e spaventata giunge così a sperare che uno speculatore immobiliare ne capisca le difficoltà quotidiane e la difenda.

Questo ci dice due cose: che la retorica della casta è andata ormai molto oltre gli effetti che potevamo immaginare; in secondo luogo, che si aprono spazi interessanti per rompere i muri della politica tradizionale. Ovviamente, però, gli spazi vuoti della politica verranno riempiti da chi ne ha la forza: finanziaria, mediatica e simbolica. Trump e non certo Clinton, Trump e non McCain, Trump e non Sanders. Almeno, per questo giro.