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Toglietemi Tutto, ma non la mia TAV

Sabato 10 novembre si è svolta a Torino una imponente manifestazione, che intendeva richiamare alla memoria la marcia dei 40.000 quadri Fiat.

Oltre venticinquemila cittadini (tra imprenditori, sindacati, professionisti e politici) si sono riuniti davanti al palazzo della Regione Piemonte per esprimere il proprio sostegno all’Alta velocità e il rifiuto della decrescita.

Su Repubblica emerge con chiarezza la composizione della piazza:

Il sit-in è stato promosso dall’associazione “Sì Torino va avanti” e da “Sì lavoro”, legata a Mino Giachino, ex sottosegretario ai Trasporti del governo Berlusconi, che ha lanciato una petizione online arrivata a più di 65mila sottoscrizioni. Hanno aderito il Partito democratico, i moderati, Forza Italia e anche la Lega. In piazza anche i Radicali Fratelli d’Italia, che raccolgono firme per due referendum.

Alla testa di tutto, c’è la Confindustria:

Confindustria ribadisce “con forza l’assoluta necessità di completare i lavori della Tav”. E annuncia “che proprio a Torino convocherà un Consiglio generale straordinario allargato alla partecipazione dei Presidenti di tutte le Associazioni Territoriali d’Italia per protestare insieme contro una scelta, il blocco degli investimenti, che mortifica l’economia e l’occupazione del Paese.

È stato il trionfo di una cultura sviluppista, di coloro che si schierano a “favore delle infrastrutture” e contro “l’immobilismo ideologico del Movimento 5 Stelle”.

C’è solo una nota stonata, dicono alcuni: poca partecipazione da parte dei giovani.

Come evidenzia Davide Ferrario sul Corriere della sera, “al di là dei temi della mobilitazione, la cosa che più colpiva chiunque fosse lì o guardasse poi un’immagine della piazza era l’età dei partecipanti: una marea di teste grigie e di volti maturi, con una minima partecipazione giovanile”.

La spiegazione, madamin, è presto data: tra i Sì Tav non troviamo giovani non solo perché (si sa) sono bamboccioni disincantati e disinteressati, ma perché in Italia si è registrato un calo demografico tale che di giovani, oramai, non ce ne siano quasi più.

Nessuno ovviamente che abbia concesso il beneficio del dubbio, e che si sia chiesto se – forse – di giovani in piazza non ve ne fossero, perché non in sintonia con le parole d’ordine lì evocate.

Furto con scasso generazionale.

L’occidente è diventato oramai una civiltà-Alzheimer.

Ci si ricorda di qualcosa per qualche minuto, non di più. I social network e i media sono un buco nero della memoria, dove ci si sbarazza degli avvenimenti con la stessa rapidità con cui questi mano a mano si affastellano. Un attacco a Gaza dite? Di che si trattava? Facebook ha rubato il nostro… cosa? Trump ha detto… cosa? E i giovani hanno un problema di… di cosa??

A differenza di quanto viene continuamente ripetuto, non è tanto la scarsa volontà politica a contraddistinguere la gioventù flessibile e precaria di oggi, ma il fatalismo. Essa non soffre di uno scarso potenziale di ribellione, ma di un eccesso di gelo che si riflette nell’incapacità di riunire gli individui attorno a programmi di carattere generale.

Quella attuale è la prima generazione moderna a non essere affatto sicura di procedere verso un futuro migliore, guidata com’è dalla sensazione che potrebbe essere l’ultima a sperimentare un ambiente (sociale e naturale) non degradato in modo irreparabile.

La convinzione che l’attuale modo di produzione possa condurre a squilibri talmente rilevanti da pregiudicare il nostro livello di civiltà si sta diffondendo in tutte le nazioni occidentali.

Questa tesi ha l’appoggio di molti scienziati qualificati, i quali – nella diversità delle sfumature – condividono l’idea che in tempi brevi l’odierno modello di sviluppo economico possa diventare causa di un insanabile degrado della nicchia ecologica in cui vive l’umanità.

Fino alla metà del secolo scorso, l’atteggiamento è sempre stato “occhio non vede, cuore non duole”. Ma oggi l’occhio vede, eccome!

Quella contemporanea è così diventata una coscienza abituata ad accogliere la catastrofe come rumore di fondo.

La maggior parte di noi è consapevole di quel che sta accadendo, perlomeno a un livello sotterraneo; in superficie tuttavia manteniamo un atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola tacita che impegna tutti a negare ciò che esiste.

In questo momento storico ci si accontenta di navigare a vista: non c’è rotta, ci si limita a cercare di schivare gli iceberg.

O meglio, sappiamo chiaramente che il nostro futuro assomiglia a una bomba ad orologeria sepolta, di cui non conosciamo il momento della detonazione, ma che fa sentire nel presente il suo ticchettio.

La nostra generazione ha interiorizzato quest’angoscia, si è abituata a sentire quel «ticchettio» dentro di sé.

Alla domanda che ci sentiamo porre spesso (“ebbene dimmi, chi sono coloro che fanno parte di questa fantomatica generazione?”) si è tentati di rispondere: quelli che sentono il ticchettio.

E all’altra domanda (“chi non ne fa parte in modo assoluto?”) la risposta potrebbe benissimo essere: quelli che non lo sentono.

Diniego.

Di fronte a queste preoccupazioni, gli interrogativi che ogni individuo si pone sono in fondo sempre gli stessi: è veramente un problema mio? Subirò davvero le conseguenze? In ogni caso, cosa posso farci?

Il più delle volte assorbiamo tutto e restiamo passivi.

Questo fenomeno viene definito dalla psicologia sociale diniego, ovvero quello stato mentale in cui sappiamo e allo stesso tempo non sappiamo qualcosa, quel meccanismo psicologico che coincide col rifiuto da parte del soggetto di riconoscere una realtà traumatizzante per il soggetto stesso.

Ciò che Gesù aveva assunto a motivo di perdono per coloro che lo crocefissero – “costoro non sanno quello che fanno” – nel nostro caso non vale.

Sappiamo cosa facciamo, e lo sappiamo con una chiarezza sconvolgente.

Siamo tutti per lo più consapevoli che le attività umane danneggiano gravemente l’ambiente. Ma questa informazione viene ricevuta e non digerita, affonda nella coscienza senza produrre cambiamenti.

Nei confronti di questo fenomeno le armi dell’illuminismo si rivelano spuntate.

Non si può più semplicemente agire con un intento razionalizzatore-illuministico (“se solo sapessero…”), perché questo stato di coscienza non può essere scalfito da alcun invito a vivere consapevolmente, ad avere il coraggio di conoscere (sapere aude!).

Ed è illusorio credere che a partire da un sapere discenda necessariamente un fare.

Cultura del narcisismo.

Contro il diniego, non dobbiamo invocare la «verità», che talvolta non riusciamo a confessare nemmeno a noi stessi, ma la «responsabilità» di fronte a quel che sappiamo. Come sottolineato da Hans Jonas, è oggi necessario elaborare una nuova etica che inglobi la responsabilità verso le generazioni future, a cui non possiamo consegnare un ambiente sempre più degradato e un modello sociale insostenibile.

Purtroppo, una società che ha perso interesse per il futuro non può essere molto attenta ai bisogni delle nuove generazioni.

La retorica giovanilistica che pervade la nostra società cela in realtà l’indifferenza di chi ha ben poco da trasmettere alla generazione successiva, e che vede come prioritario il diritto alla realizzazione di sé.

Da un lato le coppie che rimandano o rifiutano la maternità e la paternità (spesso, non lo nascondiamo, per indiscutibili ragioni pratiche), dall’altro i riformatori sociali che auspicano una “crescita di popolazione zero”, testimoniano il lento dissolversi di qualsiasi interesse per la posteriorità.

In questa situazione, il pensiero della nostra sostituzione definitiva e della nostra morte diventa insostenibile, e produce tentativi di abolire la vecchiaia e di prolungare la vita indefinitamente.

Come rilevato da Christopher Lasch, il timore che la nostra società sia senza futuro, se da un lato si basa su una visione realistica dei pericoli che ci attendono, dipende simmetricamente da una incapacità narcisistica di identificarsi con le generazioni future: vivere per il presente – vivere per se stessi, non per i predecessori o per i posteri – si è così trasformata nell’ossessione dominante.
La metropolitana dei nostri figli.

La cosa più interessante è che questa sostanziale indifferenza si presenta sotto la forma di preoccupazione premurosa per le generazioni future, per i loro bisogni. “Sì alla Tav, la metropolitana dei nostri figli”, recita uno degli slogan dei manifestanti accorsi in piazza.

Parole che rimandano a un immaginario distorto, alienato, in cui i figli “pendolari” – cioè costretti a emigrare alla ricerca di quel lavoro che non trovano nel proprio Paese – si confondono con le merci che andrebbero a riempire i container dei convogli ferroviari.

Il doloroso sradicamento del migrante, che quasi mai sceglie volontariamente di abbandonare la propria terra, è assimilato al semplice pendolarismo dell’impiegato Fiat che accetta un viaggio di mezz’ora per andare al lavoro.

Ma in fondo, quale è l’alternativa? Mettere a punto una politica industriale seria, che crei posti di lavoro in Italia, in modo che i propri figli non debbano diventare “pendolari” in Francia o Germania? Pensare a una pianificazione economica su basi democratiche, più compatibile con le istanze di conservazione dell’ecosistema rispetto a qualsiasi filosofia del “privato è bello”?

No, perché, tra le altre cose, l’“Europa” (altra parola-chiave che ricorre ossessivamente negli slogan dei Sì Tav), ovvero l’Unione Europea, è strutturalmente incompatibile con qualsiasi tipo di intervento statale in economia (come noto, la normativa comunitaria su concorrenza e aiuti di Stato limita moltissimo la capacità per un governo nazionale di decidere quali sono i settori strategici sui quali investire risorse). E poi questo andrebbe contro tutte le lezioni impartite da Repubblica, dal Corriere e in generale da tutta l’intellighenzia liberale.

E allora ben venga la schizofrenia della Confindustria, da sempre nume tutelare delle politiche di delocalizzazione, deindustrializzazione e di smantellamento dei diritti dei lavoratori, che si riempie la bocca con la parola “lavoro” per avvallare la TAV. E ha ragione chi elogia lo sviluppo delle infrastrutture, per poi fremere di indignazione quando si ventila la possibilità di nazionalizzare e magari potenziare quella rete infrastrutturale che in mano ai privati soffre di una condizione di abbandono (e non solo in Italia). Senza parlare della sanità, dell’istruzione, di vasti settori produttivi lasciati a se stessi.

In fondo l’importante è andare “avanti”. Verso quale destinazione? Non importa. Basta che il flusso di merci e persone sia efficiente, ininterrotto e se possibile sempre più frenetico. Non è necessario sapere quali merci viaggeranno sulla TAV, dove saranno prodotte, da chi e in quali condizioni. L’importante è che passino da Torino e non altrove, con una singolare forma di campanilismo che si contrappone al presunto integralismo localistico così frequentemente rimproverato al movimento No Tav.

Al pensionato togli tutto, ma non toccargli i cantieri.

Se ci credono veramente e amano la decrescita felice, qui intorno in Piemonte ci sono tante meravigliose valli dove possono comprarsi una mucca e una pecora e decrescere felicemente. Ma che lascino vivere noi.

Giovanna Giordano (promotrice comitato Sì Tav)

Alla signora Giordano, presidente del Rotary Torino Est, che un metro di TAV in più significhi un reparto di ospedale chiuso o il tetto di una scuola che non viene messo in sicurezza, importa poco o nulla.

Quando i singoli si scoprono incapaci di provare interesse per quello che succederà nel mondo dopo la loro morte, aspirano a restare eternamente giovani e percepiscono la prospettiva di essere sostituiti da altri come qualcosa di insopportabile.
Gli individui appaiono così privi degli stimoli a sacrificarsi per il bene dei posteri e della società, regredendo a comportamenti infantili e rinunciando all’atto maturo per eccellenza, che è quello della trasmissione.

Questa attenzione esclusiva all’oggi ha ripercussioni di larga portata, sia quando si prende in esame la questione ambientale, sia quella delle sempre più degradate condizioni di vita quotidiana della maggioranza della popolazione.

Proseguendo sulla strada tracciata sinora, le generazioni future rischiano di non avere le stesse opportunità di sviluppo di cui noi abbiamo goduto, ed è verosimile che il pianeta che a esse trasmetteremo sarà privo di molte delle risorse di cui abbiamo beneficiato per conquistare la nostra prosperità.

La società attuale sta così di fatto colonizzando il futuro, proprio come tanti colonizzatori europei, in passato, hanno razziato le risorse dei paesi del mondo da loro assoggettati.

Stop that train?

Non è un caso che, dopo mesi passati ad urlare al montare del fascismo incarnato dal governo pentaleghista, il primo grande momento di “lotta al populismo” che ha trovato l’approvazione entusiasta dei giornali e dei partiti politici dell’opposizione […] si sia coagulato in un’opposizione esplicita al movimento sociale e ambientale più forte e radicato degli ultimi 20 anni: il movimento notav.

Perché il movimento notav è ciò che è andato più a fondo su cosa è il capitalismo e cosa è la democrazia ponendo domande all’altezza della crisi sistemica in cui siamo immersi. 

Cosa significa sviluppo? Chi decide sui territori? Come si usano le risorse comuni? C’è un’altra comunità possibile che non passi dalla mediazione dell’opinione ma dall’attivazione politica? 

Infoaut

Siamo noi, e lo saremo sempre di più, a pagare le conseguenze di politiche sbagliate, fatte in gran parte in nostro nome.

Invece di fuggire – a Londra, Berlino, Parigi, Milano, Bologna – invece di lasciare questo paese, assumiamoci un compito.

È ora di dire basta: le battute sul fatto che non avremo una pensione (una sanità, un futuro) hanno smesso di farci ridere.

È ora di iniziare a occuparci della questione seriamente. Sapendo che nessuno ci regalerà nulla, e che è il caso di iniziare a mobilitarsi.

Siamo una generazione di snodo in un deserto politico e sociale. Questi decenni vedranno probabilmente il mondo prendere direzioni fino a ieri impensabili. Nessun partito o movimento ci offrirà soluzioni pre-confezionate, ma starà a noi reinventarcele.

Starà a noi cercare di essere pronti, lottando contro il sistema ed evitando di adeguarci a esso. Per responsabilità verso i figli che abbiamo o che avremo: riannodare un filo che leghi le generazioni invece di metterle le une contro le altre.

Saremo più coraggiosi per i nostri figli di quanto non siamo stati per noi stessi e sfioreremo gli eccessi piuttosto che lasciar deludere e ingannare e tradire e illudere i nostri figli […] si sappia che noi saremo meno pazienti per i nostri figli di quanto non siamo stati per noi stessi. […] Ad ogni costo, a qualsiasi costo strapperemo i nostri figli a questa bassezza, a questa vergogna, a questa schiavitù […] E il fatto che noi non siamo serviti a niente, deve pur servire a qualcosa. […] Io stesso, che mi sono sempre difeso così male e che, per la verità, non mi sono per così dire mai difeso, vedo molto bene fino a che punto difenderemo i nostri figli, e so che li difenderemo fino in fondo; e che resisteremo […]. un particolare rimorso, un particolare onore, un singolare rimorso, sconosciuto a chi non è padre ci spinge in questo momento […] se quest’ultima battaglia è perduta, tutto sarà perduto.

C. Péguy, La nostra giovinezza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La fabbrica del partito

Il titolo non è originale, ma lo è l’intenzione. Il titolo è la parafrasi di un evento che ha già avuto luogo. Nel 2006 – per la seconda volta in dieci anni – Romano Prodi propone la propria candidatura alla carica di capo del governo, per continuare da presidente del consiglio quell’opera di demolizione dello stato sociale che molti anni prima gli era stata commissionata, e che aveva egregiamente svolto come ministro e funzionario. A tale scopo riunisce una improbabile e vacillante maggioranza di partiti diversissimi tra loro (che avrebbero nuovamente fatto durare il governo giusto un paio di anni…) battezzando il tutto non più come l’Ulivo, ma come l’Unione (che in effetti è nulla più che un’unione elettorale).

È in questa occasione che il nostro, a un anno dall’inizio della campagna elettorale, decide di inaugurare la “fabbrica del programma”. Un vero e proprio mondo alla rovescia, dal momento che le formazioni politiche dovrebbero per logica aggregarsi partendo da idee comuni, e non viceversa: un partito lo fai se condividi un programma, non fondi prima il partito e poi cerchi il programma…

Ma tant’è. D’altronde, basti pensare che oggi al governo siede un partito di maggioranza relativa che è composto da gente che non solo non la pensa nello stesso modo, ma a volte nemmeno si conosce.

Lo scopo di queste poche righe è quello di aprire una riflessione e un dibattito proprio sulla forma organizzativa, che non bisogna confondere con il programma, che vive di un dibattito e di logiche proprie.

La forma è altrettanto importante del contenuto, e forse oggi lo è ancora di più, dal momento che con il vecchio sistema è caduto anche il sistema dei partiti, senza che sia però venuta meno la necessità di una organizzazione strutturata (che la si voglia chiamare partito oppure no). In questo senso qualsiasi progetto politico in gestazione dovrebbe mettere all’ordine del giorno, ancora prima della “fase costituente” vera e propria, un serio dibattito sulle forme organizzative, e tarare le proprie ambizioni tattiche e strategiche sulle forme scelte.

Il fatto che un dibattito simile sia necessario è ormai riconosciuto da più parti. Come sottolineato da Paolo Gerbaudo in un recente articolo scritto per la rivista americana Jacobin, sono i fatti stessi a smentire chi dava per scontata la morte della forma partito, magari accompagnata dalla “fine della storia” in salsa neo-liberale. Che piaccia o meno, i protagonisti della politica continuano a essere i partiti (e il fatto che alcuni di essi preferiscano definirsi “movimenti” è interessante, ma non decisivo).

Incominciamo con il chiarire come non ci sia una sola formula corretta, che permetta di scartare tutte le alternative.

Le variabili da combinare e di cui tener conto sono infatti l’esperienza (di chi le realtà di partito o di movimento, piccolo o grande, le ha vissute), la preparazione (di chi le realtà di partito o di movimento, piccolo o grande, le ha studiate) e l’attenzione alle dinamiche del presente (che è il fattore determinante per comprendere cosa oggi funzioni e cosa no, che cosa possa funzionare a un determinato stadio e cosa a un altro).

Se la confusione all’inizio del dibattito sarà molta, come è normale che sia, il risultato finale dovrà però essere limpido, perché lo scopo sarà precisamente sgombrare il campo da modelli e meccanismi che possano nuocere al progresso e alla solidità del progetto.

Il fatto che oggi non ci siano quasi più partiti politici di stampo “classico” non vuole necessariamente dire che il partito, ossia l’organizzazione strutturata con un minimo di rigidità, non sia più performante. Non a caso allo stato attuale delle cose hanno (bene o male) retto alla botta dell’ultimo decennio solo la Lega Nord (l’ultimo partito della Prima Repubblica, nato nel 1987) e il PD, recente di formazione, ma erede di vecchie strutture e logiche partitiche.

Al contempo occorre fare i conti con tre diversi modelli (Craxi, Berlusconi e Putin) vincenti e relativamente recenti, che del partito hanno volentieri fatto a meno, non limitandosi a ridurre i partiti a strutture flessibili, ma considerandoli una vera e propria zavorra di cui liberarsi. Si tratta certamente di tre “uomini forti”, ma bollarli come bonapartisti senza analizzare le loro prassi politiche sarebbe un errore, dal momento che (a loro modo) sono risultate vincenti.

Un punto di partenza per la trattazione dei modelli organizzativi potrebbe essere il partito gramscianamente inteso, con un impianto forte e strutturato. È una proposta di quasi cento anni, ma in questi cento anni ha dato i suoi frutti.

I tre esempi italiani di questo genere di organizzazione sono stati il Partito fascista, il Partito comunista del dopoguerra e la Democrazia cristiana. Sebbene questo accostamento possa risultare istintivamente indigesto, la forzatura è necessaria ed è dettata dal fatto che prima degli anni trenta i partiti in Italia erano quasi esclusivamente circoli di simpatizzanti che preparavano liste di notabili da candidare, e facevano a botte (anche in modo sanguinoso) nelle campagne elettorali.

Il modello organizzativo delle tre mastodontiche strutture citate è quello della filosofia della prassi, interpretando il termine prassi non come un sinonimo di azione e/o lavoro, ma come praxis (neo)idealistica, intesa come procedura antropologico-politica (nota tanto a Gramsci quanto a Gentile) di elaborazione e produzione di una soggettività collettiva.

È precisamente quest’ultimo a fornire un apporto decisivo nell’organizzare in modo capillare il partito fascista, il cui massimo studioso in quegli anni fu proprio Palmiro Togliatti che – toccata con mano la fragilità del PCdI nato nel 1921 – dall’esilio in Unione Sovietica ebbe il tempo necessario a riorganizzare le forze per non sbagliare il tiro nel dopoguerra.

E il tiro non lo sbaglierà, a tal punto che la solidità del nuovo PCI costringerà gli altri partiti ad adeguarsi e a dotarsi di strutture solide (ed estremamente costose), a cominciare dalla DC, nella quale viene commissionata a Fanfani (esponente formatosi nel partito fascista) l’organizzazione di una delicata marcatura a uomo delle case del popolo, a cui si decide di affiancare capillarmente le inedite sezioni democristiane.

Lo scheletro di queste tre formazioni viene in parte ripreso dagli altri partiti della Prima Repubblica, dei quali però solamente PSI e MSI si doteranno di sezioni e sedi, senza tuttavia riuscire a raggiungere una capillarità di strutture e soprattutto di sovrastrutture (è bene tener presente che il “partito mastodonte” della prima repubblica si regge anche grazie alle sovrastrutture collegate, dalle cooperative di lavoro, ai giornali, alle associazioni sindacali, fino ai circoli ricreativi e ai centri studi).

Un altro interessante caso di studio sono i movimenti extraparlamentari: in certi casi il clima di spontaneismo ha influenzato in modo negativo l’organizzazione, in altri, invece, proprio il fatto che alcuni fondatori arrivassero dai grandi partiti ha comportato che sapessero come impostare le strutture, anche facendo fronte alla penuria di mezzi.

Al di là del contenuto ideologico, i tre esempi da considerare sono Servire il popolo, anomalo caso di movimento extraparlamentare degli anni settanta (costruito sulla base del modello PCI degli anni cinquanta, con tanto di mini sovrastrutture embrionali e di cassiere idrovora), Lotta continua e Ordine Nuovo, altri due gruppi specializzati nell’approvvigionamento dei fondi, ben organizzato come movimento il primo, e ben organizzato nelle tappe per arrivare a movimento il secondo (centro studi – formazione  quadri – movimento politico).

Insomma, anche guardando al passato e non al presente le vie da studiare sono molteplici.

Gli ultimi anni hanno visto numerosi tentativi di dare vita a un soggetto politico rappresentativo di chi vorrebbe declinare “a sinistra”, o se preferiamo in senso socialista, i temi della sovranità nazionale e del cosiddetto “populismo”, che altro non è che una domanda collettiva di protezione dagli effetti nefasti della globalizzazione.

Quasi tutti questi tentativi si sono arenati in breve tempo.

Oppure hanno creato una nuova, piccola (pur dignitosissima e benemerita, sia ben chiaro) nicchia ideologica in un universo come quello degli interessati alla politica, che oggi è a sua volta un “micro-habitat” che coinvolge una minoranza sparuta di persone.

Le ragioni sono molte.

Tutte queste esperienze hanno focalizzato una grande attenzione sull’elaborazione programmatica (riecco la “fabbrica del programma”) e su analisi teoriche spesso brillanti, che però sono rimaste confinate nella nicchia di cui sopra.

Il lavoro organizzativo, ivi compreso il dibattito sulle forme di organizzazione, è stato generalmente trascurato, anche perché – oltre a essere meno gratificante e a dare poca visibilità a chi lo porta avanti – rappresenta un “mestiere” (diremmo quasi un “artigianato”) difficile e ormai in gran parte dimenticato. In questo senso fa riflettere il fatto che anche Tremonti e Fini abbiano tentato di costruire dei partiti e non ci siano riusciti, pur disponendo di risorse senza dubbio notevoli.

D’altro canto non dobbiamo nasconderci che viviamo un periodo difficile, un’epoca che segue la sconfitta di tutti gli esperimenti novecenteschi che hanno tentato in qualche modo di porre un limite al dispiegarsi incontrollato della logica del capitale, e in qualche caso anche di portare al potere le classi dominate. Al proposito Gerbaudo non sbaglia a ricordare che la forma-partito è stata a lungo una “arma dei deboli”, che rispetto alle classi dominanti dispongono di meno luoghi fisici e istituzionali per incontrarsi e coalizzarsi.

Chi parla dell’attuale congiuntura come di una finestra favorevole per la coltivazione e l’organizzazione del dissenso secondo noi scambia un (innegabile) sentimento generale di rabbia e di sfiducia per la disponibilità a mobilitarsi in nome di una qualche causa articolata. Gli scontenti abbondano oggi più che mai, e li si possono trovare con facilità in qualsiasi ufficio, fabbrica o bar. Ma una cosa è lo scontento che, nel migliore dei casi, è riuscito a raggiungere un buon grado di consapevolezza e perfino di formazione ideologica autodidatta, altra cosa è il militante in potenza, disposto a sacrificarsi e a lottare. Si tratta quindi di un dissenso passivo, che si esprime elettoralmente, con l’astensione o il voto ai partiti “populisti” già esistenti.

Lo spirito del tempo è fatto di apatia e di analfabetismo politico di massa, per cui sarebbe – ad esempio – ridicolo parlare ai propri amici e colleghi di “socialismo”, perché sarebbero costretti a consultare un dizionario, o ancor peggio lo ricondurrebbero all’esperienza di Craxi e dei suoi quaranta ladroni.

Al proposito però qualsiasi atteggiamento moralistico sarebbe fuori luogo: non è la vigliaccheria la causa principale di questa apatia cronicizzata.

Anche in questo caso è utile guardare al passato per schiarirsi lo sguardo. Chi scrive ha avuto la fortuna di dialogare con diversi protagonisti delle lotte di fabbrica degli anni sessanta-settanta, per intenderci gente licenziata sei o sette volte di seguito per ragioni politiche o sindacali; certamente stiamo parlando di generazioni dotate di tutt’altre doti di resistenza fisica, psicologica ed etica. Ciò non toglie che chi è stato licenziato sei volte per avere scioperato evidentemente è stato assunto altrettante volte senza grossi problemi.

Oggi, dopo anni di crociate anti-sindacali, di smantellamento dei diritti sociali e di disoccupazione di massa, “solo i pazzi scioperano” (per citare uno dei veterani di cui sopra). Lo sbilanciamento dei rapporti di forza tra dominati e dominati mina alla base qualsiasi antagonismo serio. Se si prende atto di ciò, non bisogna escludere la possibilità che l’epoca della “seconda Restaurazione” (Badiou) duri decenni, e non resti che coltivare dignitose nicchie di dissenso e affinare gli strumenti di analisi e di lotta per chi verrà dopo.

Chi non si vuole rassegnare del tutto potrebbe partire dalle esigenze materiali del “popolo”, in altre parole dalla vituperata ma spesso lucida “pancia”, ancor prima che dal “cervello”. Non si tratta di anti-intellettualismo: è solo una delle possibili conclusioni di una analisi spietata del presente.

 

 

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Fat tax. Rubare ai poveri per ingrassare i ricchi

Vorremmo sottoporre ai lettori alcune riflessioni a partire da un piccolo “caso di studio”: il tema elettorale della Flat Tax. E soprattutto vorremmo dare qualche spunto su come affrontarlo da sinistra.

Partiremo dunque da una proposta evidentemente di destra (definita quantomeno come forza elettorale; non iniziamo a discutere se destra e sinistra esistono ancora, vi prego, prima di finire l’articolo) per capirla e contrastarla.

A metà articolo troverete una cesura, che separa radicalmente due prospettive: laddove infatti la disamina dettagliata di una politica è un momento necessario per capire se rigettarla, non è detto che l’approccio analitico sia il modo migliore di contrastarla. In questa seconda sezione faremo pertanto qualche riflessione su come combattere una politica a noi indigesta.

Sia chiaro: non vogliamo dire la parola definitiva sulla Flat tax e men che meno risolvere i (tanti) problemi della sinistra in questo banale articoletto. Non abbiamo le “istruzioni per l’uso”, sebbene questa sia la forma che provocatoriamente abbiamo adottato. Non vogliamo insegnare niente a nessuno. Vorremmo discutere assieme qualche spunto, eclettico, di riflessione.

 

ATTO PRIMO

Come affrontare un tema, dal punto di vista analitico, passo dopo passo.

 

  1. Definire concettualmente l’oggetto

Cosa vuol dire Flat Tax, nelle sue accezioni?  Essenzialmente, per Forza Italia e Lega, un’aliquota unica per tutti coloro che sono soggetti a imposizione fiscale (cittadini e imprese), che stanno al di sopra di una “no tax area”. Ad esempio, si può decidere che sopra i 12mila euro di reddito annuo, si applichi una aliquota fissa del 23% su quanto supera questa soglia (proposta di Forza Italia).

Per questo viene definita “flat tax“, ossia letteralmente “tassa piatta”, o meglio tassa “fissa”. Come le offerte “flat” delle nostre compagnie telefoniche.

Si tratta quindi di un sistema proporzionale (ognuno paga in proporzione a quanto guadagna), ma non progressivo (ognuno paga la stessa identica percentuale, vale a dire che i ricchi non pagano percentualmente più dei poveri).

 

  1. Analizzare il tema e la proposta

Analizzare la proposta vuol dire sviscerarne gli effetti pratici, le ricadute, le coperture finanziarie.

Le differenze con la situazione odierna sarebbero per sommi capi queste: scomparirebbero le aliquote attuali superiori al 23%, ossia il 27%, il 38%, il 41% e il 43%; la “no tax area” passerebbe da circa 8 mila euro a 12 mila.

Abbiamo detto che la “tassa piatta” è una tassazione proporzionale, ma non progressiva. Banalizziamo e semplifichiamo, per capire meglio. Al di sopra di questa nuova soglia di 12mila euro, si paga sempre il 23%. 230 euro di tasse su 13mila euro di reddito, cioè il 23% di 1000 euro (13mila meno 12mila, uguale 1000 euro), ad esempio. 230mila euro di tasse su un milione e 12 mila euro.  Sono “conti della serva”, per capire il concetto.

tasse redditoSecondo Il Messaggero – giornale sicuramente non di sinistra – “Chi ci guadagna e chi ci perde? […] a perderci non sarebbe nessuno”. Poi aggiunge, però: “I vantaggi si fanno più evidenti man mano che il reddito aumenta”. Oltre duemila euro di tasse risparmiati, rispetto a oggi, per chi ha un reddito di circa 28mila euro. Poi le tabelle si fermano, per pudore, a 300 mila euro di reddito: chi li guadagna, beato lui, “ne verserebbe circa 83 mila in meno al fisco”.

 

  1. Mettere criticamente il punto 2 alla prova dei fatti

Lo stesso quotidiano evidenzia un punto problematico: “Poco si dice sulle coperture (complicate) […] Andrebbero trovate attraverso ulteriori tagli alle detrazioni e deduzioni, riduzioni della spesa pubblica e, secondo le intenzioni, almeno in una prima fase con una serie di condoni fiscali. Poi la scommessa è che ci sia una consistente emersione e un’accelerazione della ripresa che possa aumentare le entrate fiscali”.

Meno tasse per un bel po’ di gente significa meno entrate nel bilancio pubblico. E in tutto questo, la proposta elettorale trascura volutamente almeno tre vincoli: il vincolo del pareggio di bilancio che il Governo Monti inserì in Costituzione; il vincolo del rapporto del 3% tra deficit e Prodotto Interno Lordo (i famosi parametri di Maastricht); infine, ricordiamo una prescrizione costituzionale eminentemente fiscale, ossia che la tassazione deve essere progressiva.

Sono tutti e tre vincoli ideologici (non dovuti a una qualche legge scientifica di natura): i primi due sono dogmi neoliberisti, legati alla cessione di sovranità operata in favore dell’Unione europea. Il terzo è frutto di un compromesso ideologico, in chiave popolare, tra le forze che hanno fondato la repubblica italiana: progressività nella tassazione significava politiche popolari, redistribuzione della ricchezza prodotta, solidarietà sociale. Parole che nel contesto del compromesso keynesiano del dopoguerra potevano piacere tanto ai democristiani quanto ai comunisti. I tempi sono cambiati, ma si spera che questa prescrizione costituzionale di progressività possa creare qualche problema a chi vuole una “tassa piatta”.

 

  1. Leggere i contenuti ideologici sottesi alla proposta (per combatterli)

Meno soldi per un bel po’ di gente vuol dire meno entrate fiscali; e meno entrate fiscali evidentemente significa meno servizi pubblici.

Chi utilizza i servizi pubblici? I ceti medi e bassi, tendenzialmente. Quindi per finanziare gli 83mila euro di risparmio per chi guadagna 300mila euro di reddito annuo, verranno tagliati mezzi di trasporto, chiusi ospedali e presidi sanitari pubblici, impoverite le scuole in cui i privilegiati non mandano i loro figli. Un’enorme opera di redistribuzione verso l’alto: rubare ai poveri e ai meno ricchi, per dare a ricchi e ricchissimi.

La replica da destra è sempre la stessa: “meno soldi in tasse permette di far ripartire l’economia, i consumi dei privati e gli investimenti delle aziende, che – ingrandendo la “torta” dell’economia – porteranno a entrate maggiori per lo Stato”.

Dobbiamo avere la forza di dire che ciò è in gran parte falso e del tutto ideologico. Ci sarebbe molto da discutere sul ruolo dello Stato, che è il primo (e unico) attore capace di contrastare un ciclo economico negativo, ampliare l’attività economica tramite investimenti pubblici, rassicurare i privati rispetto ai consumi e agli investimenti, sostenere l’attività delle aziende con le infrastrutture appropriate.

I privati lasciati a loro stessi, se ricchi, continueranno a investire in attività finanziare: più rischiose, ma con una possibile rendita molto alta. I privati non così ricchi, invece, avranno qualche soldo in più da spendere presso le strutture sanitarie private che i ricchissimi metteranno gentilmente a disposizione, per ovviare alle disfunzioni della sanità pubblica impoverita. Altra geniale operazione indiretta di redistribuzione a favore dei dominanti.

Come insegnava Keynes, i poveri hanno una propensione al consumo maggiore dei ricchi: per vivere decentemente devono spendere un’alta percentuale di quanto guadagnano. E questa riforma “piatta” darebbe ai subordinati cifre ridotte, ben poco decisive nel rilanciare i loro consumi. Soprattutto perché, come dicevamo, quei soldi risparmiati in tasse i poveri (e il ceto medio impoverito) li dovranno spendere per supplire alle carenze del pubblico: trasporti, sanità, scuola, sopra tutte le altre cose.

Come insegnava sempre Keynes, le aspettative sono fondamentali in economia, anche per gli imprenditori: non aprirò fabbriche di ombrelli se sono convinto che per almeno dieci anni non pioverà. Anche se mi regalassero dei soldi, non li userei per la fabbrica di ombrelli, ma per altro. Quindi se mancano le infrastrutture, se non c’è spazio di business per un determinato settore o un piano industriale per l’attività economica del Paese, ben difficilmente l’imprenditore impiegherà quegli 83mila euro risparmiati per attività produttive. Li investirà in borsa o in beni di lusso (che hanno ricadute occupazionali molto ridotte).

È quindi evidente a chiunque voglia interessarsene che la proposta di “flat tax” è un crimine sociale, una scandalosa redistribuzione dal basso verso l’alto.

 

INTERLUDIO

 

Ora, esaurito questo semplice esercizio analitico sulla flat tax, dimenticatelo.

Quello che infatti abbiamo fatto sinora è smascherare la proposta di qualcuno per bloccarla. Ma la proposta era già stata lanciata nell’agone politico e, soprattutto, mediatico. Nulla si dice, quando si parla di “flat tax“, dell’impressionante elusione fiscale dei grandi colossi, della piccola evasione (a volte, consentiteci di dirlo, legata alla sopravvivenza) di tantissimi attori economici medi e piccoli, della rendita finanziaria, delle delocalizzazioni delle imprese, del ritardo nell’innovazione tecnologica…

Il problema è definito in modo semplice e appetibile al grande pubblico: le tasse. La soluzione è evidente a chiunque non si fermi a riflettere: abbattere le tasse. Il mezzo è semplicissimo da veicolare: un’aliquota unica. È un capolavoro comunicativo.

Una volta che la boutade (vera o falsa, intelligente o idiota) è stata avanzata, occupa il centro della scena, conquista l’immaginario, orienta l’attenzione degli oppositori, li costringe a usare quel linguaggio. La “scandalosa redistribuzione per impoverire i poveri e arricchire i ricchi” non rappresenta inoltre nulla di nuovo rispetto a quanto costantemente avvenuto negli ultimi 30-40 anni. La nostra posizione, da sinistra, è stata, nella prima sezione, analitica, reattiva e difensiva. Tre volte debole. Finirà come negli ultimi 30-40 anni.

Il salto di qualità che la sinistra deve fare è essere capace di passare all’attacco.

Trascureremo volutamente dettagli come le definizioni di cosa sia sinistra, di cosa voglia dire fare politiche di sinistra, di discutere della sua stessa esistenza. A volte bisogna andare al concreto delle cose e da qui trarne concetti, piuttosto che il contrario. Inoltre, in un momento come questo, addentrarsi in discussioni sottili su purezze ideologiche è più controproducente e dispersivo che utile.

Non è detto che per immaginare un mondo migliore di questo si debba determinare in ogni dettaglio quello che sarà (e nel mentre morire attendendo la perfezione). Come dicevano i latini, primum vivere, deinde filosofari.

 

ATTO SECONDO

Dalla tassa piatta al re-framing: piccole regole per passare all’attacco.

 

  1. La verità non rende liberi

È l’assioma da cui discende tutto il discorso che segue. I fatti e gli argomenti razionali sono necessari: vengono prima (come analisi preliminare) e dopo (nella scala di priorità) rispetto all’azione politica. Ma non sono ciò che conta di più: nella società della comunicazione quello che è centrale è come un messaggio viene veicolato nella sfera pubblica.

Gli argomenti spesso sono un problema; quali gestire e come comunicarli? Abbandonarli significherebbe giocare con le armi (sporche) del nemico, sarebbe incoerente e inutile; tuttavia, essi devono perdere la posizione centrale. Il motto evangelico per cui “La verità rende liberi” (Gv, 8, 32) non deve più essere il mantra della sinistra: non è infatti (solo) con le statistiche (vere) sulla criminalità in calo, che si contrasta un senso di insicurezza diffuso (vero o percepito).

Come evidenziato tra gli altri da Peter Sloterdijk, la coscienza moderna sembra sancire il divorzio tra ciò che si sa e ciò che si fa: e di fronte alla dilagante falsa coscienza illuminata, non può essere attuato nessun meccanismo di smascheramento-emancipazione.

Ciò che Gesù aveva assunto a motivo di perdono per coloro che lo crocefissero – “costoro non sanno quello che fanno” – nel nostro caso non vale. Sappiamo cosa facciamo, e lo sappiamo con una chiarezza sconvolgente. Siamo ad esempio tutti per lo più consapevoli che le attività umane danneggiano gravemente l’ambiente; ma questa informazione viene ricevuta e non digerita, affonda nella coscienza senza produrre cambiamenti.

Nei confronti di questo fenomeno le armi dell’illuminismo si rivelano spuntate. Non si può più agire con un intento razionalizzatore-illuministico: “se solo sapessero…”, perché questo stato di coscienza non può essere scalfito da alcun invito a vivere consapevolmente, ad avere il coraggio di conoscere (sapere aude!) . Ed è illusorio credere che a partire da un sapere discenda necessariamente un fare.

Bisogna prenderne atto e operare uno spostamento dei pesi e degli accenti su facoltà, capacità, virtù che l’ideale illuminista non aveva mai preso in considerazione.

 

  1. Il fine deve essere utopico, i mezzi realistici

L’uomo politico deve sapere che gli impulsi che danno il là all’agire politico originano da pulsioni scomode. Questa consapevolezza consegna alla riflessione politica – come materia prima da trattare – non le istituzioni, le Costituzioni, gli apparati normativi, ma le pulsioni e le passioni, un materiale infiammabile e intrattabile.

Più che i fatti e le verità, per portare le persone dalla propria parte serve qualcosa che trascini. Un’emozione, una morale, un’utopia. L’utopia è affascinante, complessa, motivante. Ma inviluppata nell’indefinitezza e nella complessità. La sua definizione sfugge alle stesse persone che la sognano.

Come contagiare, allora, altre persone con la propria utopia?

Con la semplicità, l’immediatezza. Le armi della persuasione devono veicolare messaggi complessi in maniera semplice, perché devono raggiungere tutti.

Più un messaggio è grezzo, più funziona: questo è il primo dei segreti della destra neoliberista (e anche di quella social-nazionalista). Hanno una visione dell’uomo semplice, gretta e piatta, ma non del tutto sbagliata. Da lì discende una politica del consenso che funziona.

Bisogna iniziare con slogan e battute a effetto, quindi spiegarli nella maniera più semplice possibile. Infine passare all’analisi, che chiarisce come mai ci siamo sentiti istintivamente d’accordo con quello slogan. L’esatto contrario di quello che la sinistra fa oggi: analizza tutti i risvolti di una situazione, poi cerca di spiegarla con linguaggio perlopiù tecnico, infine conia slogan poco appetibili.

 

  1. Le paure rivelano bisogni reali

Una visione grezza dell’uomo è parziale, ma non falsa: le persone hanno bisogni reali, che sono sopravvivere, mantenersi in sicurezza, autorealizzarsi. Non c’è bisogno di studiare la piramide di Maslow per condividere questa affermazione. I bisogni delle persone sono quindi il punto di partenza per ogni interlocuzione politica. Non le nostre idee, ma le loro esigenze, sono al centro.

Mettersi al servizio delle persone è profondamente di sinistra. Ma purtroppo molta sinistra ormai vive ai Parioli e non capisce la rozzezza delle proteste anti-immigrati della provincia veneta.

Questo deve cambiare. Non nel senso che ci si deve adeguare: ma si deve ascoltare, comprendere. Considerare le vive percezioni di insicurezza, e non solo le fredde statistiche sui furti in calo. Immedesimarsi in persone che non hanno le nostre barriere psicologiche, ne hanno altre (e sia chiaro, noi abbiamo le nostre, spesso ancor più subdole e pietrificanti).

Ripartire dalle paure legate ai temi concreti ci aiuterebbe a fare quanto al punto G e al punto H.

 

  1. Dobbiamo smettere di disprezzare le paure delle persone

Quando le opinioni e le paure delle persone medie non ci piacciono, o sono irrealistiche o oggettivamente stupide, non di meno sono vere per loro. Addirittura aspettative irrealistiche potrebbero realizzarsi: è la profezia che si autoavvera di Merton. Ciò implica che dobbiamo trattarle con rispetto, perché possono essere vere o percepite come vere; e non è detto sia così utile impiegare argomenti esclusivamente razionali (vedi punto A) per confutarle.

Questo è il secondo punto forte della destra neoliberista: cavalcare i bisogni inevasi e le paure dei cittadini è più redditizio che intercettarli e dialogare con loro. Paga dal punto di vista elettorale. Dal punto di vista sociale porta alla distruzione che abbiamo sotto gli occhi.

La sinistra, al contrario, ha ritenuto questi bisogni poco più che vaneggiamenti idioti e senza senso. “Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori!” diceva Corrado Guzzanti. A sinistra dobbiamo smettere di ragionare così, anche se non è facile.

 

  1. Prendere sul serio i bisogni delle persone non significa rinunciare a una proposta

Anzi. La politica è innanzitutto un mestiere di proposta, nel suo senso più nobile, per permettere la convivenza civile delle persone (dal compromesso, al cambiamento utopico). I bisogni vanno intercettati, quindi problematizzati e dialettizzati.

Non è sempre facile. Ma rispondere a bisogni reali significa guadagnare affidabilità e quindi divenire un punto di riferimento e andare al concreto, tutti assieme (vedi oltre i punti H e L). Certo, se si vive alle Vallette o a Quartoggiaro è più facile essere credibili nel proporre questo ragionamento; se si abita a Milano in Via Montenapoleone o in zona Colli a Bologna, è più difficile capire i bisogni delle persone, fare proposte realistiche ed essere considerati interlocutori credibili. Iniziare a prendere i mezzi pubblici potrebbe già essere un inizio.

 

  1. La proposta è il re-framing

Qui siamo alla chiave di volta della strategia che proponiamo.

Senza abbandonarsi a scemenze psicologiste (sullo stile della programmazione neurolinguistica), definiamo il re-framing come capacità di cambiare il modo di percepire una situazione, e quindi cambiarne il suo significato, attribuendogli una diversa immagine.

In questo caso dobbiamo usare l’inglese, poiché è la lingua con cui tecnicamente è stato definito il concetto di framing, traducibile in italiano come “cornice concettuale” o “cornice cognitiva”. Tversky e Kahneman ci hanno vinto un Nobel per l’economia (il solo Kahneman, in verità). Il professor Lakoff ci ha costruito un’intera teoria della comunicazione politica.

Quello che è sicuro è che la cornice definisce il contenuto. Ce lo dicono gli esperimenti di psicologia sociale. Uno degli esempi classici è questo: una malattia provocherà la morte di circa 600 persone. A due campioni di persone viene sottoposta la scelta tra due programmi per fronteggiare l’epidemia. Al primo campione si dice: il programma A, salverà 200 persone; il programma B, ha 1/3 di probabilità che 600 persone vengano salvate e 2/3 di probabilità che non si salvi nessuno. Il 72% delle persone sceglieva il programma A. A un secondo campione, veniva presentato lo stesso problema, ma con una diversa formulazione della modalità d’intervento: col programma C, 400 persone moriranno; con il programma D, c’è 1/3 di probabilità che nessuno morirà e 2/3 di probabilità che muoiano 600 persone. Il 78% preferiva la soluzione D. Basta riflettere un momento per capire che i piani terapeutici A e C sono identici e così pure B e D: essi inducono frame diversi per effetto della differente formulazione.

Dobbiamo quindi disinnescare le “bombe” che sono nascoste dietro l’uso di parole-chiave che definiscono le situazioni. “Carico fiscale” o “pressione fiscale” hanno un senso di pesantezza intrinseco, pre-razionale. “Contributo fiscale” dà già un taglio diverso, legato alla partecipazione comunitaria del cittadino e non al balzello che grava sul povero contribuente.

Iniziamo ricordandoci, per esempio, che è bene usare l’italiano per togliere fascino alle proposte, dato che siamo un popolo da sempre esterofilo. “Tassa piatta” suona decisamente meno accattivante di “flat tax“, non trovate? Per gli anglofoni: per rovesciare tale proposta, potremmo dire che noi preferiamo la “fair tax“.

Fuor di battuta, uno dei piani su cui esercitare il re-framing è proprio quello lessicale, come abbiamo visto. Non vogliamo arrivare a dire che le tasse sono “una cosa bellissima” (citando Padoa Schioppa…), però sono ciò che rende possibile avere ospedali, scuole, autostrade, ferrovie. Che altrimenti non ci sarebbero, perché i privati senza Stato non sarebbero capaci di rispondere a questi bisogni sociali.

Un’opportunità di re-framing si è presentata nel 2009, quando in Europa infuriava la polemica tra cicale (i paesi del sud Europa in crisi per i debiti) e le formiche (i paesi “sani”, come la Germania). In tale contesto, Yannis Varoufakis ha esercitato bene il re-framing:

 

La storia dominante in Europa oggi è che, nelle notti ghiacciate di questo terribile inverno, le cicale meridionali bussano alle porte delle formiche del nord, col cappello in mano, in cerca di un piano di salvataggio dopo l’altro. […] se vogliamo utilizzare il racconto di Esopo per capire la débacle della zona euro, è meglio mettere le formiche e le cicale al posto giusto! Le Formiche Greche: coppie che lavorano duro, con due lavori a bassa produttività […] ma che tradizionalmente trovavano difficoltà a far quadrare il bilancio a causa di bassi salari, sfruttamento delle condizioni di lavoro, […] forti pressioni da parte delle banche e altri a prendere prestiti in modo da poter dare ai loro figli quello che la TV raccomanda che a nessun bambino dovrebbe mancare […] Le Formiche Tedesche: lavorano duro ma sono relativamente povere […] Il loro lavoro sempre più produttivo e i salari bassi stagnanti, hanno fatto sì che i tassi di profitto in Germania siano saliti alle stelle e siano stati convertiti in surplus […] Una volta creati, questi surplus hanno ricercato rendimenti più elevati altrove, a causa dei tassi di interesse bassi indotti in Germania dalle stesse eccedenze. E’ stato a quel punto che le cicale Tedesche (gli inimitabili banchieri il cui scopo era quello di massimizzare i guadagni nel breve periodo con uno sforzo pari a zero) hanno guardato a sud per far buoni affari. […] Cosa succede quando le inondazioni di soldi fluiscono inaspettatamente? Si formano le bolle. […] Arrivata la crisi, alle formiche Tedesche è stato detto che dovevano stringere la cinghia ancora una volta. Gli è stato anche detto che il loro governo stava mandando miliardi al governo Greco. Dal momento che non gli è mai stato detto che al governo Greco non è consentito usare questo denaro per attutire il colpo alle formiche Greche […] sono rimasti fortemente perplessi: perché stiamo lavorando più duro che mai, e portando a casa meno che mai? Perché il nostro governo invia il denaro alle cicale Greche e non a noi? […] La nostra unica opzione: sovvertire la storia dominante. Riconoscere la coesistenza di formiche trascurate e cicale troppo viziate in tutta la zona euro è un buon inizio.

 

  1. Dal re-framing al framing?

Al punto F però siamo ancora su un piano reattivo. Come costruire un frame, per usare un linguaggio gramsciano, egemonico?

Probabilmente il nostro non è il momento storico giusto per poterlo fare compiutamente (vedi punto N); tuttavia, cerchiamo almeno come riferimento un modello a suo modo vincente. Se infatti prendiamo a modello un vincente, e alla fine perdiamo, saremo sconfitti, ma non perdenti. Se non abbiamo nessun modello (perché a sinistra ci piace essere nichilisti) allora saremo perdenti a priori, emarginati che non si sono mai battuti.

Barack Obama veniva da un’onda lunga conservatrice che durava dai tempi Reagan (forse di Nixon?) e obiettivamente non è stato in grado di contraddire lo “spirito dei tempi”. Da Presidente non ha concluso molto; ma perlomeno ha suscitato forze nuove e genuine e ha comunque conquistato il potere, costruendo consenso intorno a un framing rivoluzionario per gli Stati Uniti del XXI secolo, basato su una parola semplice: “Hope”. Speranza in risposta alla più grave crisi economica di tutti i tempi e alla minaccia terroristica, congiuntura che mai gli USA avevano vissuto.  Insomma, il terreno non sembrava propizio.

Lakoff, a proposito proprio dell’Italia, disse realisticamente che ” i politici che vincono sono coloro che controllano le menti, e gli esseri umani non sono razionali. Oggi ciò che conta è far condividere agli altri la propria morale”. “Ragionamenti molto complessi” sono inefficaci se non propongono “un sistema morale alternativo”.

Quindi bisogna tenere in conto l’abilità oratoria e di re-framing di Obama per spiegarne il successo, senza dimenticare una azione dal basso che lo ha sostenuto sia a livello digitale (con un buon uso dei nuovi media), sia a livello tradizionale: la chiamano grass-roots politics o, come piace a noi, movimento di base. Potremmo parlare dunque di altri modelli, ognuno con chiari e scuri: Occupy Wall Street, Podemos, Syriza,…

 

  1. La risposta all’altezza dei tempi è un nuovo populismo, ma non un populismo qualsiasi

Bensì un populismo di sinistra, i cui cardini principali siano la capacità di costruire un framing coerente intorno a poche proposte operative. Un buon inizio potrebbe essere ricostruire la lotta di classe a partire dalla contrapposizione tra classe lavoratrice (in cui includere autonomi e piccoli e medi imprenditori che sudano i loro guadagni) e rentiers (coloro che vivono di rendita finanziaria e/o sull’occupazione di posizioni elitarie)? Riprendere lo slogan del “noi siamo il 99%”? Quella stagione non è sopita, così come quelle esigenze non sono scomparse. Ne parleremo ancora, quindi restate sintonizzati.

Non sarà facile nemmeno mettersi d’accordo tra noi su quattro o cinque semplici misure con cui rispondere alle sfide del nostro tempo. A sinistra parliamo tanto di solidarietà, ma spesso siamo degli egocentrici settari. Ad esempio, contrapponiamo lavoro e reddito: cosa intendiamo per reddito universale (inteso come basic income)? Il reddito universale si contrappone alla dignità assicurata solo dal lavoro? O ancora, a proposito della sovranità nazionale: più Stato è garanzia di una politica sociale inclusiva? Lo è invece la piccola comunità, e quindi bisogna frantumare la sovranità? O, al contrario, l’Europa unita è l’unico possibile spazio geopolitico in cui agire?

Non è detto che proposte apparentemente contrapposte si escludano: ridurre l’orario di lavoro è in perfetto accordo con il concetto che ispira il reddito di base, ed entrambe le proposte non contraddicono una politica ambientalista per ridurre l’impronta ecologica. Riappropriarsi della sovranità monetaria non è in contrasto con l’idea di accordi multilaterali europei per garantire la libera circolazione delle persone, ma non dei capitali.

È possibile che, una volta tolte le lenti dell’ideologia più becera, del personalismo, del settarismo, della ripetizione scolastica della propria Weltanschauung, le differenze tra noi siano più tattiche che strategiche o ontologiche. Dobbiamo smetterla con la gara machista a chi ha il marxismo più lungo.

 

  1. Dividersi i compiti e muoversi coordinati

Sarà la difficoltà più grande. Le guerre si vincono con i grandi strateghi, o con i valenti generali? O con un esercito numeroso? O con pochi soldati motivati e disposti al sacrificio? O anche solo con la corretta pianificazione della logistica?

Come ricondurre la discussione (a noi di sinistra piace perderci nelle discussioni sul sesso degli angeli) a un movimento coordinato, non personalistico ed efficace, è un’avventura tutta da scrivere. Per il momento, facciamo che decidere poche regole del gioco: chi deve fare analisi faccia analisi, chi deve comunicare comunichi, chi deve facilitare le discussioni le faciliti. Ognuno si metta a disposizione e sia disposto a mettere in comune le proprie convinzioni e rispettare anche decisioni altrui.

Le energie ci sono già. Sono frammentate e forse disperse. Ma non perse. Vanno riattivate.

 

  1. La presenza nella vita reale sostiene il framing al pari della strategia comunicativa

Dare prova di coerenza aiuta a essere presi sul serio nel re-framing e nel framing. Nel quartiere periferico di Roma come sul palcoscenico politico nazionale. Costruisce il successo elettorale di formazioni prima marginali (vedi Alba Dorata e Syriza), ma soprattutto costruisce legami sociali reali e veri, non social network digitali. Se ci sono risorse relazionali, è più facile aumentare e usare al meglio quelle economiche e di ogni altro tipo.

Quale risposte dare alle persone? Dipende dai loro bisogni reali (vedi punto D). C’è bisogno di casse di mutuo soccorso per i lavoratori autonomi (vedi la cooperativa SMArt). C’è ormai bisogno di poliambulatori popolari (vedi l’ambulatorio popolare di Napoli dell’ex Opg). C’è bisogno di risposte di tipo sindacale che i sindacati, rinchiusi come gruppi di potere, non danno più. C’è bisogno di iniziative culturali, di integrazione, di convivialità. Servono scuole di politica orientate, tanto quanto spazi di discussione aperta.

C’è bisogno di tante cose che già facevamo nell’ 800 e di altre da inventare in forma nuova.

È una sfida aperta, rifondare le une e immaginarsi le altre.

 

  1. Rimanere coscienti delle asimmetrie di potere (e non lasciarsi abbattere)

La sproporzione delle forze economiche, mediatiche e politiche in campo è impressionante; il nostro modello dovrebbe dunque essere la vittoriosa resistenza vietnamita ben più della dirompente invasione del D-day.

Un processo di erosione del capitalismo, piuttosto che una vertiginosa transizione a un nuovo modo di produzione, accettando di dover fronteggiare – come evidenziato da Erik Olin Wright – “un orizzonte temporale imprecisato, ma che punta nella giusta direzione, che abbia dinamiche che generino nel tempo più solidarietà e non meno, più democrazia e non meno, più uguaglianze e non meno”.

La società si sta decostruendo in un turbinio di delegittimazione e disgregazione sociale. Ricordiamoci che la mancanza di autorità non è una cosa buona di per sé. Qui abbiamo una società in cui manca l’autorità ma il potere c’è, è ben vivo, e paradossalmente diventa più forte quanto più perde di legittimità.

Nella guerra di tutti contro tutti che si scatena quando le persone non riconoscono più punti di riferimento (scientifiche, politiche, gerarchiche, spirituali), le elezioni sono ormai quella cosa in cui fake news e fatti oggettivi sono indistinguibili, e alla fine vince Trump.

Trump vince perché ha più denaro, più risorse relazionali, più affinità con le logiche mediatiche. Ma vince anche perché parla direttamente alla “gente”, e ne capisce le paure profonde.

 

  1. Avere pazienza

Bisogna prendere atto che siamo in una fase di reflusso democratico, sociale e culturale. Quindi nessuno si illuda che quanto appena illustrato sia facile o che i nostri figli lo vedranno realizzarsi. Tuttavia abbiamo una posizione di snodo fondamentale: in una società fluida, siamo la generazione della transizione. È il tempo di una “pazientissima semina”. Questo è stato il terzo segreto della destra neoliberista: lo stato sociale non è stato abbattuto in un giorno, ci hanno messo decenni; e non ci sono ancora riusciti del tutto.

 

  1. Fare un profondo respiro

E ripartire dal punto A.

 

 

In evidenza

FEIC NIUS: Quello di cui non parleremo in campagna elettorale

Previsioni per tempo

Quello di cui (probabilmente) non parleremo saranno altri temi. Proviamo a tirarne fuori una lista non esaustiva:

D di Diseguaglianza – nonostante la nostra sia l’epoca della diseguaglianza nell’appropriazione di reddito e patrimonio, nonostante l’erosione della classe media (confrontate la S di Stabilità…), in Italia manca un movimento come quello degli Indignados o Occupy Wall Street in grado di fare diventare questo tema una questione centrale. Eppure la L di Lavoro e la R di Reddito sono strettamente imparentate con il fenomeno globale della diseguaglianza, tra paesi e tra classi. Per non parlare di tanti altri temi trascurati: la I di Istruzione, la S di Sanità, la P di Pensioni, etc. etc.

E come ecologia – in Italia manca anche un partito di ispirazione ecologista paragonabile ad altre realtà (specialmente in Nord Europa) e che riesca ad andare al di là del piccolo recinto vegano-ambientalista e dei suoi dogmi; un approccio serio e meditato al problema ecologico (non solo cambiamento climatico, ma anche consumo del suolo, inquinamento, tutela del paesaggio,…) è rinviato a data da destinarsi.

D’altra parte, la tutela dell’ambiente sembra (è?) un lusso da ricconi, quando il primo problema è mettere assieme il pranzo con la cena.

F di Finanza – nell’epoca del “finanz-capitalismo”, non ne parleremo mai abbastanza; se capiterà di discuterne, sarà in termini di rischio spread, paure irrazionali dei mercati, boom degli investimenti azionari, miliardi di euro (mai esistiti in realtà) bruciati da poche sedute in Borsa. Il nostro linguaggio, quando ne parleremo, sarà sempre il solito: la lingua impenetrabile degli specialisti, zeppo di tecnicismi e termini inglesi, oppure quello delle disgrazie naturali inevitabili. O al contrario quello del complotto plutocratico. In un caso come nell’altro, senza capirne alcunché.

P di Periferie – le nostre periferie trascurate, abbandonate, mai riqualificate, impoverite, non saranno probabilmente al centro della discussione, salvo poi diventare uno degli argomenti in termini di analisi dei flussi elettorali per spiegare il crollo dei partiti “tradizionali” in nome di formazioni xenofobe o che credono alle teorie sulle scie chimiche. Insomma, si parlerà degli effetti senza aver mai adombrato alcunché delle cause.

S ampia e diffusa, quella della Sicurezza idrogeologica e degli edifici – a meno che un terremoto non ci venga cortesemente a sollecitare, è molto probabile che fino alla prossima disgrazia non si parlerà di messa in sicurezza degli edifici nelle zone sismiche, né si discuteranno interventi su un territorio fortemente impattato dal rischio idrogeologico. Peccato, sarebbe una maniera intelligente di sostenere la creazione di posti di lavoro (tanti) con interventi comunque necessari.

V per Votanti (numero di) – la giostra della vittoria del post-elezioni, in cui tutti vincono e in realtà molti hanno perso voti in termini assoluti, difficilmente si concentrerà sull’astensionismo come facevamo qualche anno fa. Tutti impegnati a parlare di percentuali, a fare la conta dei seggi, a rivendicare il voto di “milioni di persone”, la forza impressionante e travolgente di votanti entusiasti. Nessuno a pensare a quanti voti persi o guadagnati rispetto alle ultime elezioni. Tanto per “dare i numeri”, dalle politiche 2013 (dati della Camera) alle europee 2014: il Pd da 8.6 milioni (25%) a 11,2 (40%), oggi proiettabile al 24%; il Popolo della Libertà da 7,3 milioni (21%) a 4,6 per Forza Italia (16%), oggi al 15,7%. Ma DS e Margherita, genitori del PD, assommavano 12 milioni di voti solo l’altro ieri, nel 2006; e Forza Italia più An 13 milioni. Altri sono cresciuti, nel frattempo, certo, sopratutto il M5S, che viene dato nel 8,7 milioni (25%) a 5,8 milioni (21%) ed oggi al 28%, la Lega da 1,3 (4%) a 1,6 (6%) ed oggi al 13%, il raggruppamento di sinistra dal nome mutevole dal milione di voti (3%) di SeL al milione de L’Altra Europa con Tsipras (3%), oggi al 6-7% con LeU. Ma soprattutto andrebbero considerati i dati relativi all’astensione, che si gonfia da un anno all’altro: chi non si sentiva rappresentato è passato da 7,7 milioni nel 2006 a 9,2 nel 2008, ad 11,7 milioni nel 2013, fino a 21,7 milioni nel 2014. Elezioni diverse, quelle politiche da quelle europee del 2014, certo. Ma l’astensione rimane sempre e comunque la scelta preferita dagli italiani, il primo partito (o non-partito).

Come avrete notato, negli ultimi due articoli le nostre riflessioni sono state abbastanza aperte. Abbiamo, su molti temi, nostre opinioni ben più nette di quanto non abbiamo fatto trasparire qui. E ne riparleremo. Ma ciò di cui abbiamo bisogno è apertura mentale e capacità critica.

In questa sede il nostro intento non era discutere dei temi specifici, ma di come questi vengano affrontati (o occultati) con faciloneria dai nostri (futuri) rappresentanti davanti alle folle plaudenti. Nella “commedia dell’arte” delle elezioni, il canovaccio prevede topoi onnipresenti ed altri totalmente rimossi. Ma è sempre possibile che il Mondo Reale (una frana, un rogo in un quartiere disagiato) faccia la sua tragica comparsa sul palcoscenico allestito da media e politici, portando alla ribalta problemi differenti dagli slogan collaudati. Quindi meglio allargare un po’ lo sguardo per tempo, e magari sbirciare cosa c’è a bordo palco o dietro le quinte.

In evidenza

Previsioni per tempo

Non potrete dire che non vi avevamo avvisato. Avvertenza: tenere lontano da militanti politici suscettibili.

Proviamo a fare, attraverso un piccolo gioco, delle previsioni sulle elezioni parlamentari del prossimo marzo. No, non cercheremo di indovinare il vincitore o le percentuali dei partiti. Per quello ci sono già i sondaggisti ed i (talvolta più affidabili) bookmakers (di cui esiste il termine italiano, quasi losco ma legale, “allibratori”).

Piuttosto, tiriamo ad indovinare quali saranno gli argomenti che “terranno banco” nella prossima campagna elettorale e vediamo, di ognuno, gli “effetti collaterali”, il rimosso. Considerate questo breve articolo un piccolo “bugiardino”, da leggere per iniziare a destreggiarsi tra slogan, dogmi e falsi miti, prima che la febbre elettorale vi colga e dobbiate fare uso della tessera elettorale.

Abbozziamo un elenco, in ordine strettamente alfabetico, dei temi che saranno in voga:

D di Diritti – la sinistra non avrà molti altri “successi” da cavalcare, dato che dal punto di vista sociale il suo contributo è altrimenti “non pervenuto”; la destra ne approfitterà per osteggiare diritti contrapposti ai Valori. Mai si parlerà di diritti e possibilità economiche, assieme. Allo stesso tempo, agli ultras del diritto di ognuno di fare qualunque cosa, non basterà quanto fatto finora, a torto o (qualche volta) a ragione. Si parlerà ancora di Ius soli e forse di eutanasia, dopo l’affossamento del primo e l’approvazione del testamento biologico. Il tema delle unioni civili dovrebbe lasciare più sullo sfondo il matrimonio omosessuale, mentre è possibile che si parli di parità delle retribuzioni tra uomini e donne. In ogni caso, saranno diritti senza doveri o doveri senza diritti.

E di Euro (più che di Europa) – la camicia di forza imposta dall’euro ha, secondo molti, impoverito il sistema produttivo del paese, che era basato anche sulle svalutazioni competitive (che rendevano più facilmente esportabili i nostri prodotti), mentre secondo altri ha tutelato il paese dalla correlata inflazione. Quel che è certo è che si discuterà di moneta in termini referendari: euro sì oppure no. Dimenticandoci che la sovranità monetaria non è solo disporre di una propria moneta, ma anche avere il controllo di una banca centrale al servizio del pubblico interesse, ad esempio. O che il tessuto produttivo, euro o non euro, si ricostruisce con una seria politica industriale, termine che per il neoliberismo imperante (di cui l’Unione europea è una manifestazione originale) è una bestemmia. Probabilmente non si andrà molto al di là delle retoriche anni ’90, da cui siamo nauseati: da una parte l’euro quale fattore di modernizzazione per un paese arretrato, che altrimenti affronterebbe l’apocalisse di un’uscita dalla moneta unica, dall’altra la bellicosa retorica spicciola di vecchi e nuovi oppositori (alcuni improvvisati) dell’euro, ma non dell’ideologia da cui è stato concepito.

I di Immigrazione – tra successi veri o presunti del governo (lo “stop” agli sbarchi……) e le retoriche pro e contro l’integrazione, parleremo molto dei migranti che devono ancora arrivare e di quelli che sono già qui. Ma non parleremo del fatto che non è possibile accogliere tutte le persone in cerca di lavoro. Non diremo ad alta voce che non si può accettare acriticamente lo slogan semplicistico “aiutiamoli a casa loro”, per vari motivi. Primo perché gli che aiuti economici “a pioggia” non migliorano le condizioni dei popoli interessati; secondo perché chi parla di immigrazione solitamente i fondi alla cooperazione li ha tagliati, senza sostituirli con alcunché; infine perché a monte ci sono cause economiche, geopolitiche e sociali che scatenano le migrazioni su tutto il pianeta, non solo verso la nostra piccola Italia. Nessuno ricorderà che le nostre leggi non riescono ad impedire la permanenza degli spacciatori pluripregiudicati, ma in compenso inchiodano al rimpatrio i muratori stranieri che non hanno altra colpa se non il lavorare in nero. Trascureremo il fatto che le nostre periferie sono imbottite di emarginati, italiani e non italiani, il cui malcontento prima o poi esploderà. Insomma, se ci dimentichiamo di tutte queste cose… di cosa stiamo parlando? Resteranno solo buonismi e complottismi.

L di Lavoro – Quasi tutti contrappongono il Lavoro all’integrazione del Reddito, inteso come l’ennesimo ammortizzatore sociale, puramente assistenziale (vedi oltre). Comunque, ci aspettano grandi promesse, miliardi di posti di lavoro. Una buona soluzione potrebbe essere far vincere tutti: la somma aritmetica dei posti di lavoro promessi da ognuno potrebbe consentirci di avere almeno due impieghi a testa. Il problema vero rimarrà sullo sfondo dei cartelli elettorali: quale lavoro? Lavori pubblici elargiti a piene mani sono impossibili, anche a causa di vincoli come il pareggio di bilancio in costituzione. Le aziende italiane, invece, sono in posizioni subordinate nella divisione internazionale del lavoro, quindi si dovrebbe aiutarle a produrre cosa (quali prodotto) e come (con quali tecnologie)? E poi, questo lavoro sarà pagato quanto al dipendente? e tassato quanto, per l’azienda? Il precariato imposto, le tutele degli autonomi, il rilancio del sistema produttivo nell’economia globale… saranno sottotemi oscurati dalle cifre sparate a destra e a manca. Il “futuro senza lavoro” per noi è già presente…

R di Reddito – “grande è la confusione sotto il cielo”… il tema è di gran moda, ma pare nessuno ci capisca nulla. Né le formazioni a favore di qualche misura di integrazione del reddito, né quelli contro. Basti elencare i nomi attribuiti a misure tra loro molto diverse (ma mai analizzate a fondo): “reddito di inclusione” (governo Gentiloni, elemosina di Stato per i poverissimi, subordinata alla permanenza nello stato di povertà); “reddito di cittadinanza” (il M5S, cui va riconosciuta la paternità, lo propone di nuovo come misura contro la povertà, condizionata da percorsi di inserimento lavorativo, fino a 700 euro circa); “reddito di dignità” (quando c’è da cavalcare l’onda Berlusconi è sempre un maestro: gli euro diventano 1000, non si sa bene se condizionati, né come saranno finanziati). Nessuno, sicuramente, ha letto Van Parijs, il teorico del “reddito di base”: stessa cifra erogata a tutti (da Berlusconi a chi vi scrive), su base individuale (per le famiglie, la cifra si somma), incondizionata. Per liberare le persone dalla schiavitù del lavoro e sostenere il reddito di tutti, ma con un sistema fiscale progressivo (per cui il ricco riceve il reddito, ma lo finanzia pagando più tasse). Si può essere d’accordo oppure no. Quel che è certo è che l’analisi sta a zero, le balle elettorali a mille (euro).

S di Stabilità – ce la chiederanno immediatamente i famigerati mercati, dopo elezioni senza una chiara maggioranza. I risultati possibili? Ancora il governo Gentiloni (sarebbe accanimento terapeutico?), una “grande coalizione” PD-Forza Italia (che a parole nessuno vuole, ma vedremo), una coalizione “anti-sistema” che difficilmente avrà i numeri (M5S con Lega o Liberi ed Eguali, come se fossero equivalenti…). In ogni caso, la legge elettorale è un “pastrocchio” che non facilità l’individuazione di maggioranze coerenti e allo stesso tempo non darà granché in termini di rappresentatività proporzionale. Quel che è certo è che i partiti si daranno da fare (ipocritamente?) per distanziarsi il più possibile, salvo poi decidere post-voto per alleanze anche innaturali. Ancor più certo è che i media ci bombarderanno di speculazioni sul tema, coprendo in tal modo questioni di impatto decisamente più diretto nella vita degli italiani. I mercati, i politici, e spesso anche i militanti, purtroppo si eccitano spesso con il punto G (di Governabilità).

T di Tasse – tema onnipresente nel paese dall’elevata tassazione e dall’abnorme evasione, ora però pure sulla scia del taglio delle tasse di Trump (che come al solito avvantaggerà chi ha redditi più alti e toglierà servizi a classe media e poveri). Le retoriche contrapposte, tutte e vere e tutte faziose, oscilleranno tra “- La tassa sulla prima casa l’ho tolta io – No, io” e “flat tax per tutti”. Probabilmente non toccheremo le vette del creativo “le tasse sono una cosa bellissima” di Padoa-Schioppana memoria, ma toccheremo il fondo con lo “Stato criminale ed inquisitore” in cui “è tutto un magna magna”. La questione dove la nostra italianità viscerale viene meglio messa in scena.

Che dite, ne abbiamo dimenticato qualcosa? Magari direte la P di Pensioni o di Plastica (sacchetti di), la D di Debito, la I di Innovazione, la F di Fake news. Ci torneremo.

Soprattutto, però, ci chiederemo: quali sono i temi che dovremmo discutere, ma di cui nessuno sta parlando?

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Barba e Pivetti – Un dibattito sull’euro

A seguito della pubblicazione dell’intervista ai professori Barba e Pivetti, il sito online che ci aveva ospitati pone la seguente domanda, sulla base del fatto che non si parlasse apertamente nell’intervista di uscita dalla moneta unica:

“Forse si dà per scontato che il ritorno alla sovranità nazionale monetaria e fiscale porterebbe necessariamente all’uscita dall’euro?
O forse si ritiene che si possa riuscire a condurre politiche espansive anche restando nella moneta unica? “

Qui sotto la nostra personale risposta. 

I primi articoli di uno dei membri del collettivo Aristoteles contro l’entrata nell’UE e contro l’euro risalgono al 1996. Analisi allora molto elementari, che derivavano dalla semplice lettura dei trattati, ma scritte in tempi non sospetti. Non scriviamo questo per arrogarci la primogenitura del “noi lo dicevamo già venti anni fa”, ci mancherebbe. Ma perché è bene tenere presente quali siano state le responsabilità dei politici (della Prima e della Seconda Repubblica) nella vicenda; non fosse altro per valutare questa fioritura di vecchie facce che fondano nuovi movimenti “sovranisti” e che faranno dell’uscita dall’euro lo slogan (vuoto?) della campagna elettorale che è già iniziata.

Partiamo da lontano per questa breve risposta, in quanto riteniamo doverosa una premessa di chiarezza. Siccome il nostro punto di arrivo è il ripristino del controllo politico (almeno parziale) dell’economia, è bene partire da una posizione, per l’appunto, politica.

Quanto alla nostra opinione, in breve riteniamo che si debba uscire dall’euro e ritornare ad una moneta nazionale.

L’uscita dall’euro, tuttavia, è una misura necessaria, ma non sufficiente.

Una serie di misure concomitanti sono indispensabili per riaffermare il controllo politico dell’economia: una nazionalizzazione della banca centrale, innanzitutto, integrata da una serie di decreti di regolamentazione di alcuni aspetti essenziali del sistema bancario e di investimento. Tutto questo permetterebbe il recupero di quella che chiamiamo sovranità monetaria.

Tutto questo però, a sua volta, è (di nuovo) necessario, ma (ancora) non sufficiente a ripristinare un soddisfacente equilibrio sociale ed economico.

Perché non è sufficiente?

Occorre effettuare un’analisi dei rapporti di forza per mappare il contesto attuale: il sistema democratico è stato smantellato, il compromesso sociale keynesiano distrutto, la mentalità solidaristica soppiantata dall’ultraindividualismo. L’Unione europea è uno dei tentativi di liquidare il più grande esperimento di emancipazione della storia umana (pur con tutte le sue contraddizioni): il Novecento.

Delineato questo quadro, l’integrazione monetaria europea appare come la punta di un iceberg sommerso.

Riteniamo quindi che questo non sia il momento di “fughe in avanti” (magari date in pasto ad un popolo confuso ed arrabbiato, per puro interesse elettorale), ma di una pazientissima semina (in cui l’analisi teorica si unisca a pratiche mutualistiche, solidaristiche e di lotta tutte da inventare).

Uscire dall’euro, quindi? Sì. Ma solo come parte di un progetto più ampio di rinascita sociale, lunga e faticosa.

(Pubblicato in origine: dicembre 2017)

Disobbedienza populista

L’accusa di “populismo“, in questo nostro inizio di millennio, sembra destinata a rimbalzare da un media all’altro, dalle prime pagine dei giornali alle copertine dei tg.

Populismo è oramai una parola buona per tutte le stagioni, utile a definire spregiativamente una serie di movimenti tendenzialmente “anti-sistema”, che si richiamano ad un “popolo” contrapposto alle élite. Per dirla con Alberto Bagnai, «è il termine con il quale certi sinistri intellettuali etichettano qualsiasi circostanza nella quale il popolo non fa ciò che loro hanno deciso che faccia».

Così come alle élite socio-economiche non interessa definire meglio ciò che è populista, bensì agitarne lo spauracchio, allo stesso modo a noi preme ora – anziché analizzarne la semantica – dare una lettura del populismo alla luce dell’uso che di questo “insulto” fanno i tutori dell’ordine simbolico.

La nostra tesi è che accusare di populismo serva a dare una patina di illegittimità e pericolosità a determinate tesi, per bloccarne la discussione sul nascere. Noi riteniamo, invece, che quello che viene additato come populismo sia innanzitutto una reazione alle difficoltà: una reazione legittima ad un disagio reale.

A questo proposito, secondo voi chi ha detto: «in greco xenofobia vuol dire paura dello straniero, mentre viene usato nel dibattito pubblico come razzista. La paura dello straniero è un sentimento più meno razionale, ma del tutto legittimo. Nessuno deve vergognarsi di aver paura di qualcosa».

Un aggressivo leghista? Un esaltato pentastellato? Un destroide populista?

La citazione è di Luca Ricolfi, che ha un cursus honorum, per così dire, di tutto rispetto: sociologo all’Università di Torino, editorialista di importanti testate (La Stampa, Il Sole 24 Ore, Messaggero), “organico” ad una certa sinistra borghese e illuminata. Un autore non sospetto di complottismo, facilmente riconducibile all’élite (perlomeno accademica).

Qui brevemente “cannibalizzeremo” alcune sue conclusioni, contenute nel suo ultimo libro. Lo faremo perché la riflessione di Ricolfi è paradigmatica: è un tentativo di critica dall’interno del sistema, che coglie le istanze populiste (o popolari?) e cerca di capirle, piuttosto che giudicarle.

Ma soprattutto, è la storia di un ripensamento. Dice Ricolfi: «L’idea, a cui io stesso mi sentivo vicino, era che l’eguaglianza potesse essere garantita dal mercato: cioè un mercato funzionante, con alte dosi di meritocrazia, avrebbe potuto promuovere una maggiore uguaglianza. Non era folle come progetto. Ma è fallito». Forse la sinistra dovrebbe rendersi conto che, se non folle, era un progetto quantomeno bislacco e contraddittorio; ma quello che ci interessa è sottolineare come questo insigne studioso bacchetti la propria parte politica per un motivo semplice: avere dimenticato quelli che sono i problemi reali degli “ultimi”.

Nel 1989, con la caduta al muro di Berlino, in tutto l’Occidente la sinistra si converte al mercato: spiazzata dal successo del capitalismo, si abbevera delle leggi del mercato e se ne innamora, diventa politicamente corretta e non riesce più a comprendere i bisogni popolari.

Inizia così ad occuparsi sempre più (per non dire esclusivamente) di questioni che non interessano i ceti popolari: non parla più della distribuzione del reddito tra profitti e salari, dell’inflazione, o di come aumentare gli investimenti, ma inizia a parlare di eutanasia, d’indulto, di ambiente. Una serie di tematiche che – per quanto importanti – non spostano un euro e non costano, che non costringono a muovere risorse da un settore all’altro (o da una classe all’altra), ma soprattutto che interessano quasi esclusivamente il ceto medio.

A chi sta in una periferia degradata, non importa molto dei matrimoni gay: gli importa della disoccupazione, del degrado, della criminalità, dei pericoli per strada, delle buche, delle code alla ASL… sono questi i problemi che interessano la gente che sta in situazioni difficili. Ma di questa gente la sinistra non si occupa più. La sinistra oramai guarda e si rivolge esclusivamente ai “garantiti”.

È proprio nel momento in cui si è persa la capacità di entrare in sintonia col popolo, che si inizia a temerlo accusandolo di populismo. Come dice Ricolfi, e non solo lui, la domanda populista è domanda di protezione, essenzialmente da due rischi: difficoltà economiche e immigrazione. Le prime sono il diretto risultato, voluto o incosciente, delle politiche che le classi dirigenti hanno scelto di perseguire per il loro irrazionale interesse di arricchimento. La seconda mostra tutti i limiti e le incapacità di gestire il fenomeno da parte di una élite buonista o dalle ricette semplicistiche.

La vera chiave di volta sarebbe capire come il sistema gestirà questo sovraccarico di ansie, paure, rabbie. Un indizio per formulare un’ipotesi è rilevare che “populismo”, ai nostri giorni, rimane un insulto “politicamente corretto” che corrisponde a un interdetto: un vero e proprio tabù escludente dal dibattito politico, che al pari degli altri tabù politicamente corretti, impedisce la riflessione critica e stronca sul nascere qualsiasi pensiero alternativo.

Le élite tuttavia hanno fatto i conti senza l’oste…dell’irrazionalità umana, dell’istinto collettivo di sopravvivenza che sembra indirizzare le popolazioni chiamate al voto. E allora accade l’imprevedibile: Brexit, o Trump. Non più e non solo l’astensione come protesta.

Vengono ricercate vie d’uscita dalla crisi del tutto dubbie, ma frutto di proteste comprensibili più o meno razionalizzate, non di ossessioni dementi. Come un animale stretto all’angolo, il “popolo” (classi popolari, ma anche buona parte del ceto medio) reagisce in maniera naturale. Le scienze mediche chiamerebbero tali risposte “reazione attacco-fuga“.  Noi lo chiamiamo istinto di sopravvivenza al disastro imminente.

Se questo fenomeno di “disobbedienza populista” del popolo alle élite si ripeterà ancora, bisognerà riflettere su come agisce e si attiva questo istinto collettivo, che spinge le masse a fare esattamente il contrario rispetto a ciò che l’establishment suggerisce. E si dovrà capire quali risposte potrebbe dare questo establishment minacciato.

I risultati potrebbero essere conflittuali e, per così dire, “pirotecnici“. Il rito della democrazia a suffragio universale comincerebbe a rappresentare un serio pericolo, non più un sicuro sostegno, per il potere costituito. E a quel punto il potere potrebbe decidere di gettare la maschera liberale archiviando l’assetto democratico, fino a quel momento sua bandiera di libertà e di rispetto del consenso popolare, per preservarsi a qualsiasi costo.

In conclusione, la nostra non intende essere una difesa d’ufficio o di appartenenza del populismo: per definire Aristoteles populista dovremmo prima davvero definire di quale populismo stiamo parlando. In una specifica accezione, che non vi riveleremo, siamo orgogliosamente populisti. Quel che è certo è che, se la contrapposizione sarà tra elité e populismi vari, riuscirete facilmente a trovarci dall’unica parte giusta.

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Barba e Pivetti – Sulla Scomparsa della sinistra in Europa

Intervista ai professori Aldo Barba e Massimo Pivetti, autori di “La scomparsa della Sinistra in Europa” (Imprimatur, 2016).

1. Non possiamo vivere al di sopra delle nostre possibilità, dicono alcuni dai loro yacht. Non possiamo scaricare il peso del debito sulle future generazioni, affermano politici ‘responsabili’ e tecnici ‘obiettivi’. Il debito, sostenete invece voi, è una questione intra-generazionale, non tra generazioni: è una questione che riguarda chi possiede le cartelle del debito pubblico e chi invece paga per onorarne il servizio. Oggi in Italia chi possiede le cartelle e chi le paga?

Il debito pubblico, in Italia come in ogni altro paese industrialmente avanzato, è in parte debito esterno, ossia debito detenuto da soggetti esteri, ma per la maggior parte debito interno. Quindi le cartelle del debito pubblico sono possedute principalmente da famiglie e imprese (in primo luogo banche) nazionali, che incassano annualmente gli interessi e ne ottengono il rimborso alla scadenza. Anche se il debito pubblico interno può considerarsi come “un debito della mano destra verso la mano sinistra”, il problema è che, specialmente in Italia, le due mani, quella che paga e quella che riceve, non appartengono al medesimo corpo. Attraverso la finanza pubblica e il sistema fiscale ha luogo una sistematica e massiccia redistribuzione dalla fasce di reddito medio-basse a quelle più elevate nelle cui mani è concentrato, direttamente o più indirettamente attraverso le imprese finanziare, il possesso delle cartelle. La riduzione della progressività dell’imposizione fiscale e il fenomeno dell’evasione acuiscono questa redistribuzione: il ricco che paga poche tasse può prestare allo Stato il maggior reddito che gli resta disponibile e in tal modo conseguire un doppio guadagno (le tasse non pagate più gli interessi sul prestito di questa ‘mancata imposizione’ allo Stato). Questa redistribuzione dai redditi medio-bassi ai redditi alti contribuisce poi, attraverso i suoi effetti depressivi sulla domanda aggregata, alla persistenza di una disoccupazione involontaria di massa. È solo per questo motivo che l’indebitamento pubblico può effettivamente “ipotecare il futuro” della nazione. La disoccupazione corrente provoca infatti un danno irreversibile anche alle generazioni future attraverso la mancata produzione corrente di case, impianti e attrezzature – un processo cumulativo di mancata crescita dello stock di capitale della nazione e, potremmo aggiungere, di mancata crescita sociale e di coscienza di classe, per la quale le generazioni future dovranno ringraziare i governanti dei loro nonni e bisnonni.

2. Oggi quindi, come dovremmo gestire il nostro debito pubblico (salito al 132% del PIL a causa dell’austerità), mettendolo al servizio di una seria politica economica?

Una gestione del nostro debito pubblico funzionale a una distribuzione più equa del reddito e al riassorbimento della disoccupazione non può ovviamente consistere di tagli alle voci principali della spesa pubblica per beni e servizi: sanità, istruzione, pensioni, trasporti, edilizia. Dovrebbe piuttosto concentrarsi sulle forme del loro finanziamento e sul livello dei tassi di interesse a cui viene servito il debito. Il contenimento nel tempo della sua crescita e degli effetti distributivi perversi della finanza pubblica sopra ricordati andrebbe perseguito attraverso il ripristino di una marcata progressività del sistema impositivo, il controllo persistente dei tassi di interesse interni e il recupero della possibilità di monetizzare in tutto o in parte i disavanzi pubblici necessari al riassorbimento della disoccupazioneCiò in pratica significa guardare alla sovranità monetaria e fiscale del paese come alla condizione necessaria di una gestione del debito pubblico appropriata alla redistribuzione del reddito prodotto e alla sua crescita stabile. Il ruolo della crescita stabile è di importanza fondamentale: essa non soltanto tende a ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL accrescendo il denominatore, ma è fonte di entrate tributarie addizionali in grado di finanziare in larga parte la spesa complessiva. Oggi in Italia, sommando i disoccupati e le forze di lavoro scoraggiate, le persone che vorrebbero lavorare sono pari a 6,5 milioni. Vi sono poi da considerare i sotto-occupati involontari. Con un prodotto per occupato di circa 65 mila euro, l’impiego di anche solo 3 milioni di lavoratori assicurerebbe nuova produzione per 200 miliardi di euro, e, a sistema di prelievo invariato, nuove imposte per almeno 100 miliardi di euro. Si tratta di un’indicazione di massima, utile tuttavia a chiarire che la strada che conduce alla riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL è proprio la spesa pubblica in disavanzo, non l’austerità che finisce di fatto per ridurre il PIL più di quanto riduca il ricorso al debito pubblico.

3. Cosa ci impedisce di fare quanto proponete? I vincoli europei, i rapporti di forza sfavorevoli con l’estero, la mancanza da parte dei politici di una visione alternativa delle cose?

Da una parte i vincoli europei e la mancanza di una reale volontà da parte di tutta la classe politica italiana di emanciparsi da quei vincoli. Dall’altra, e più in generale, il fatto che una seria politica economica di pieno impiego e redistributiva oggi solleverebbe comunque, se non sufficientemente condivisa dai principali partner commerciali del paese, problemi di bilancia dei pagamenti tali da imporne l’abbandono a meno di controlli severi delle transazioni con il resto del mondo. Ma il liberismo è ormai così profondamente radicato che una politica non ortodossa di gestione del vincolo esterno è oggi pressoché da tutti respinta come “protezionistica”, essendo percepita come l’avvio di una china autarchica che condurrebbe inesorabilmente il paese ad un Medioevo economico e sociale. Questo modo terroristico di porre la questione occulta il fatto che un regime di controlli delle transazioni con l’estero non implica un disperato isolamento autarchicin cui finiremmo per privarci di tutti i beni che oggi importiamo. Parte di essi sarebbero prodotti all’interno; di altra parte faremmo a meno senza troppa fatica; di altra parte ancora (ciò che non possiamo produrre ma di cui abbiamo necessità) ci riforniremmo importando. Bisogna insomma tornare a far prevalere l’idea che tutto ciò che possiamo produrre all’interno deve essere prodotto dalle nostre forze di lavoro. Parlare di politiche di pieno impiego negando questa premessa significa parlare del nulla.

4. Rimaniamo sulle relazioni con l’estero, che nella vostra riflessione hanno un ruolo importante nel determinare il successo di una politica economica. Oggi un protezionismo temperato è utile? Può avere successo? Anche in un solo paese?

Non è semplicemente utile, è indispensabile se si vogliono appunto perseguire politiche di pieno impiego e redistributive. Ritorniamo sul punto centrale: quanto più solo fosse in Europa il paese che, magari costrettovi dalla necessità di contenere gravi rischi di instabilità sociale interna, decidesse di perseguire una seria politica di pieno impiego, tanto più severe dovrebbero essere le misure che quel paese dovrebbe adottare per limitare la libertà di movimento dei capitali, delle merci e della manodopera. Viceversa, restando comunque necessario il controllo dei movimenti di capitali e dell’immigrazione, la necessità di controlli delle transazioni commerciali sarebbe estremamente minore nel caso di un coordinamento in senso espansivo delle politiche economiche dei principali paesi europei. Questo perché, dato l’elevato grado di integrazione esistente tra le loro economie, ciascuno di essi potrebbe contare sulla maggiore crescita delle proprie esportazioni prodotta dall’orientamento espansivo impresso alla politica economica anche dagli altri. Al riguardo, un punto da non trascurare è che le condizioni politiche che consentirebbero di attuare una politica economica espansionistica in un singolo paese dotato di sufficiente peso ed influenza difficilmente non troverebbero eco in altri paesiAgitando lo spauracchio dell’ “andar da soli” si serra di fatto un blocco che impedisce ad uno e quindi a più paesi di svincolarsi.

5. L’espressione “interesse nazionale” è messa al bando da decenni. La sinistra la rifiuta in quanto “fascista”, la destra liberale in quanto “datata”, la destra radicale la rivendica ma senza uscire dal recinto di una logica neoliberale (basta leggere i programmi di partiti come Alternativa per la Germania e del Partito per la Libertà olandese). Di fronte a questa confusione come dobbiamo intendere l’interesse nazionale oggi?

Per interesse della nazione dovrebbe intendersi il benessere della maggioranza della sua popolazione. Questo non può essere perseguito in condizioni di svuotamento dei poteri dello Stato-nazione in campo economico, non compensato dalla costituzione di un potere sovranazionale politicamente responsabile del benessere delle diverse popolazioni coinvolte. Ora, se è vero che un potere sovranazionale politicamente responsabile è una chimera, è vero altresì che il recupero della sovranità nazionale non è che una condizione necessaria al benessere della maggioranza della popolazione, nel senso che senza sovranità nazionale in campo economico le cose che contano semplicemente non si possono fare. Da questo punto di vista, recuperare l’interesse nazionale significa null’altro che porre fine all’esclusione dei ceti popolari dalla gestione dell’indirizzo politico complessivo dello Stato. Oggi quando si parla di crisi dello Stato è per affermare l’idea che a monte vi sia la mondializzazione (identificata con il progresso) e che a valle vi sia la fine della rappresentanza democratica come conseguenza inevitabile. È un’idea falsa da rifiutare. La mondializzazione e il progresso non sono affatto la stessa cosa. E bisogna prendere consapevolezza del fatto che la crisi dello Stato inizia ‘dal basso’. Da questo rovesciamento di prospettiva discendono importanti conseguenze.  In primo luogo, che sono possibili diversi indirizzi politici complessivi, questa diversità dipendendo sostanzialmente dal grado di influenza politica che i ceti popolari riescono a conquistare.  In secondo luogo, che della ‘perdita di potere dello Stato’ sono responsabili proprio i partiti politici di sinistra, che dei ceti popolari avrebbero dovuto promuovere le istanze sino a condizionare l’indirizzo politico generale dello Stato, ma che invece si sono fatti fautori e gestori di un assetto che avrebbero dovuto avversare, con l’inevitabile conseguenza di vedersi infine privati anche del consenso. E’ proprio perché neghiamo la presunta ineluttabile perdita di centralità della politica che noi richiamiamo la sinistra alle sue responsabilità.

6. La sinistra si è quindi suicidata, dimenticando più o meno consapevolmente lotta di classe e prospettiva nazionale. C’è qualcuno che oggi difenda le classi subalterne, in Italia ed in Europa? Lo fa coerentemente e con le ricette giuste?

In Italia sicuramente no. Negli altri principali paesi europei – in Francia, in Germania e in Inghilterra – c’è qualcosa tanto a sinistra che all’estrema destra dello spettro politico che però non riesce a coagularsi in un blocco consapevole, capace di imporre una svolta di 180 gradi nella politica economica nazionale. Tanto a sinistra che nella destra radicale, ad esempio, vi sono diffuse incertezze analitiche circa il progetto europeo, e, specialmente a sinistra, incertezze nei confronti del problema dell’immigrazione, ossia della dimensione della mondializzazione più immediatamente e ‘fisicamente’ percepita dai ceti popolari. Più in generale, manca la consapevolezza dell’impossibilità di perseguire politiche di pieno impiego nel quadro della libera circolazione di capitali, merci, uomini. Non si percepisce l’urgenza di riattivare un circuito virtuoso in cui Stato e lavoratori si rafforzano – invece che indebolirsi – l’uno con gli altri. In breve, manca anche solo un abbozzo di linea politica, ovvero un minimo di visione organica dei nessi fondamentali tra mercato del lavoro, ruolo dello Stato come regolatore dell’economia di mercato e relazioni economiche internazionali. Non stupisce come in questo vuoto politico e programmatico la difesa delle classi subalterne si sia trasformata nelle mance dei ‘redditi minimi’, miranti a comprare consenso a prezzi di saldo e rendere il regresso sociale compatibile con la stabilità sociale.

7.  I governi socialisti sono stati il primo esperimento “di sinistra di potere” nell’Italia repubblicana, sebbene all’insegna di un approccio spregiudicatamente industriale e confindustriale, e sono stati anche i primi governi favorevoli all’accoglienza senza se e senza ma. E’ però vero che l’Italia del 1990 era un paese che produceva, un Paese nel quale l’emigrante aveva una buona speranza di migliorare la propria condizione attraverso il lavoro. Oggi però gli immigrati arrivano in un Paese in cui il lavoro semplicemente non c’è. L’assenza di riflessione su questo punto ha fatto impazzire la sinistra che si è spaccata in due posizioni opposte, quella della boldriniana accoglienza per partito preso (accogliamo perché siamo di sinistra) e quella renziana di chiusura (in definitiva) totale. Quale potrebbe essere lo spunto per iniziare una riflessione organica sull’immigrazione, e per produrre una posizione di sinistra, al di là delle parole d’ordine e delle analisi improduttive dei salotti televisivi?

In realtà l’Italia non è mai stato un paese nel quale gli emigranti potevano trovare delle solide opportunità di migliorare stabilmente la loro condizione attraverso il lavoro. Non va perso di vista al riguardo che il nostro paese non ha mai conosciuto vere politiche di pieno impiego e che anche nel corso dei “Trenta gloriosi” la disoccupazione vi è sempre rimasta più elevata che nel resto del capitalismo avanzato. Certo, oggi la situazione è drammaticamente peggiorata e il lavoro, appunto, semplicemente non c’è. Noi pensiamo che una riflessione seria sull’immigrazione dovrebbe partire dal riconoscimento dell’ostilità nei confronti del fenomeno da parte dei ceti popolari di tutta Europa. Si tratta di un’ostilità ormai così evidente e a tal punto solidamente fondata nell’esperienza di vita quotidiana – sia in Francia e in Germania che in Inghilterra e in Italia – da potersi affermare che in Europa una rinascita della sinistra passa per la sua convinta conversione alla chiusura, ossia passa per il riconoscimento che l’arrivo di manodopera straniera è sì profittevole per le imprese ma proprio perché contribuisce a deprimere i salari e incide negativamente sulle condizioni di lavoro; inoltre, che esso mette sotto pressione la scuola e il sistema sanitario e abitativo, peggiorando sempre di più le condizioni di vita nei quartieri popolari. A partire da questo riconoscimento, l’attenzione dovrebbe quindi concentrarsi sui diversi tipi di misure che andrebbero prese, ossia su come concretamente realizzare la chiusura. Alle ‘sensibilità’ di sinistra che si scandalizzano di fronte a questi discorsi poniamo il seguente quesito: per quale motivo con circa 7 milioni di disoccupati abbiamo bisogno di alimentare con l’immigrazione un esercito di schiavi moderni super sfruttati e sottopagati?

8. Della “scomparsa della sinistra” è chiaro il “come”, dal vostro testo. Rimane ancora in parte oscuro il “perché”. Voi dite che non si trattò di semplice opportunismo politico né individuale, anche se la sinistra abbandonò la lotta in nome della “governabilità”. Il vago concetto di subalternità culturale non sembra però spiegare così bene i moventi che hanno portato la sinistra ad abbandonare i temi del lavoro e dei lavoratori. L’idea che una “seconda sinistra”, foucoultiana, concentrata sui diritti civili e digiuna di marxismo economico, abbia prevalso è interessante. È possibile che ci sia dietro anche però una semplice omologazione ad un più forte e pervasivo spirito dei tempi, individualista e antistatalista? Era inevitabile o in che misura è stato scelto?

Le basi culturali dell’azione politica di tutta la sinistra europea dalla fine della seconda guerra mondiale alla grande svolta di politica economica dei primi anni Ottanta furono contrassegnate da un’assenza di dimestichezza con la critica dell’economia politica e dalla scarsa conoscenza scientifica dei limiti del capitalismo. Ciò ostacolò seriamente la capacità della sinistra di prefigurare autonomamente dei rimedi per poi cercare di imporne l’adozione. Si può dire che nel primo trentennio postbellico principali elementi della forza della sinistra furono l’esistenza dell’URSS e le sue realizzazioni, e che essenzialmente alla minaccia della sovversione comunista si dovette dopo la guerra lo stesso prevalere in Europa di classi politiche e dirigenze statali progressiste, spesso capaci di fare buon uso di una cultura borghese illuminata di cui il keynesismo costituì la componente principale. La stessa sinistra con responsabilità di governo andò allora a rimorchio della cultura sociale della borghesia illuminata, contribuendo alla sua traduzione in impianti di politica economica. All’estinzione della minaccia della sovversione comunista si ‘estinse’ in Europa anche la borghesia illuminata, insieme alla sua cultura economica e sociale progressista. E non appena quella cultura finì definitivamente in soffitta all’inizio degli anni Ottanta, iniziò a sparire anche la sinistrail neoliberismo della borghesia divenne anche la sua cultura, con l’aggiunta di qualche orpello multiculturalista e di qualche feticcio libertario di conflitto politico.

9. Uno dei vostri tanti obiettivi polemici, nel libro, è la teoria della decrescita. Il problema è ancora oggi, nel mondo dell’abbondanza (dove i poveri fanno la fame e contemporaneamente la coda per l’iPhone), crescere cioè produrre? Oppure redistribuire? Quali beni e servizi dovremmo produrre?

Anche il principale teorico della decrescita, il francese Serge Latouche, riconosce che un semplice rallentamento della crescita “sprofonda le nostre società nello sgomento, aumenta i tassi di disoccupazione e precipita l’abbandono dei programmi sociali, sanitari, educativi, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita”. Insomma, se non c’è crescita per le classi popolari è una tragedia. Una società il cui modo di produzione fosse finalizzato al soddisfacimento dei bisogni della collettività, e non al profitto, potrebbe forse porsi il problema se, piuttosto che alla crescita economica, non sarebbe meglio puntare a una composizione della produzione e dei consumi il più consona possibile al miglioramento della qualità della vita e alla crescita culturale della popolazione. Ma una simile economia centralmente pianificata presuppone ovviamente la fuoriuscita dal sistema capitalistico, i cui limiti e contraddizioni, seppure mai come oggi così evidenti, non contribuiscono a rendere meno utopistica. Nel sistema capitalistico, crescita e redistribuzione sono due facce della stessa medaglia, risultando entrambe possibili solo in un contesto di accresciuto potere politico dei salariati. Con la crescita si riduce la disoccupazione, e con la riduzione della disoccupazione aumenta la possibilità per i salariati di esercitare più ampie pretese sul prodotto sociale (sia sul piano del salario diretto, che su quello del salario indirettamente percepito nella forma di trasferimenti e spesa pubblica). Questi mutamenti nella distribuzione favoriscono a loro volta, in un circuito virtuoso, la domanda aggregata e quindi la crescita. Naturalmente, l’innalzamento del tenore di vita come fenomeno socialmente diffuso è inevitabilmente anche fattore di generale innalzamento culturale, e quindi di qualificazione delle scelte di consumo. Oggi accade esattamente l’inverso. La crescita viene frenata dall’austerità per preservare e accrescere il mutamento distributivo avverso al lavoro che si è verificato nel corso degli ultimi decenni. All’aumentare della disoccupazione e della concentrazione dei redditi segue inevitabilmente l’arretramento sociale e culturale, e quindi il degrado degli stili di consumo, chiaramente visibile in tutti gli strati sociali, anche se per i ceti popolari ci sembra più opportuno parlare di bisogni primari insoddisfatti piuttosto che di scelte di consumo irresponsabili. In sintesi, la priorità è innescare un meccanismo di crescita economica e sociale: questo tenderà di per sé a produrre consumatori più consapevoli e responsabili.

10. Per concludere: la sinistra in Europa ha accompagnato lo sviluppo dei Trenta Gloriosi (1946-79) e favorito la regressione dei Quaranta Pietosi (1979-2017); ma né in un caso né nell’altro è stata determinante nell’innescare un cambiamento. Serve a qualcosa, allora, la sinistra? Da dove ripartire?

Mai come oggi servirebbe in Europa una sinistra capace di mettere al centro della sua attenzione le questioni di classe, la difesa dei salariati e dei ceti popolari attraverso il rilancio dello Stato e del pubblico. Il problema, come abbiamo già osservato, è che il capitalismo riuscì in passato a dare qualche buona prova di sé solo sotto la minaccia della sovversione comunista, che lo costrinse ad adoperarsi nella difesa dell’ordine borghese mostrando di essere in grado di curarne le principali piaghe storiche: disoccupazione di massa, enormi disuguaglianze, povertà diffusa. La presenza di questi fattori oggettivi di affermazione di istanze di riforma in senso socialista della società non sembra più in grado in Europa di tradursi in lotta politica consapevole. Nonostante la rinnovata esplosione delle disuguaglianze e il suo pessimo andamento, oggi il capitalismo non si sente più minacciato né dall’esterno né dal suo interno. Ciò che rimane è solo il fatto che, come insegna l’esperienza storica, ogni contesto può essere rapidamente cambiato da circostanze del tutto impreviste … sì, ma in che direzione?

(Pubblicato in origine: dicembre 2017)

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Acido kalergico. Immigrazione, sedativi buonisti e bad trip

Chi ama il politicamente corretto è pregato di voltare pagina web.

Nell’era di Internet molti cittadini vivono in una personalissima bolla di irrealtà e non sono propensi a mettere in dubbio verità consolidate, specie su argomenti sensibili come l’immigrazione, dove ciascuno coltiva granitiche certezze.

Quando si osa affrontare tali materie si corre il rischio di assistere a isterismi veri e propri, accompagnati da denunce di razzismo lanciate in ogni occasione, per conflitti di ogni tipo, la qual cosa fa perdere la capacità di leggere la realtà e soprattutto porta a inimicarsi sempre più ampie fette di popolazione, che si sentono additate (“siete degli ignoranti”), attaccate, non comprese nelle loro paure ed esigenze.

Sempre più spesso, ci si imbatte in individui che – per opporsi a fantomatici fascismi e per paura di “dargli spazio” – finiscono per sottacere, o addirittura negare, l’esistenza di problemi concreti legati all’integrazione, giungendo così a difendere l’indifendibile.

Un po’ come accade per le tante difficoltà e ingiustizie legate all’Unione Europea, dove si ripete la stessa strategia della rimozione, la stessaanestesia della ragione: i problemi vengono negati per paura di aprire il campo alla destra, lasciando gioco facile proprio a chi critica l’UE da posizioni estreme, che può ergersi ad unico difensore dei ceti popolari. Una siffatta opposizione finisce per alimentare esattamente quello che vorrebbe combattere.

Uno dei miti buonisti assai cari alla sinistra l’ha condotta a negare la dimensione sociale e il dramma economico vissuti da milioni di persone che entrano in diretto contatto con l’immigrazione. Non è del resto un caso che i voti della sinistra si concentrino nei quartieri borghesi e diventino sempre più occasionali nelle ex aree industriali e nelle periferie. Grillo dichiarò a questo proposito qualcosa di importante: «se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità […] il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico. Sostituirsi all’opinione pubblica, alla volontà popolare è la pratica comune dei partiti che vogliono “educare” i cittadini, ma non è la nostra».

La vera frattura è tra le storie che vogliamo raccontarci e le situazioni oggettive che si creano. Se il Paese reale è impoverito, vittima di crisi, austerità, tagli alla spesa, privatizzazioni, precarietà, disoccupazione, e il ceto politico semplicemente lo nega, le persone non crederanno più nel sistema.

L’ascesa sociale è bloccata se non invertita, bisogna riconoscerlo. Per gli italiani far quadrare i conti è un rompicapo, e ogni volta che provano a chiedere un servizio o un sostegno si accorgono che c’è sempre meno: questa è la loro esperienza reale. Ma la percezione è che invece per iprofughii soldi ci siano. Su questo crinale la teoria del complotto trova terreno fertile, si diffonde e si carica di bufale.

Il lavoratore italiano concepisce l’immigrato come competitor, come crumiro oggettivo (per quanto involontario), più che come compagno. E francamente è comprensibile che sia così. I non-italiani sono infatti prontissimi a fare qualsiasi lavoro a qualsiasi salario. Sono malvisti dai disoccupati, che sentono la loro concorrenza come una prepotenza da cui nessuno li difende.

Sono gli italiani ad essere troppo schizzinosi, a non voler raccogliere pomodori a 2 euro l’ora, e quindi a creare questo mercato per il lavoro immigrato? È così? Poveri contro poveracci?

A parte che ormai gli italiani ci vanno, a raccogliere pomodori per questi salari da fame, è evidente che il problema sia il sistema-paese, che questi lavori offre, e non altri; mentre esporta ricercatori nelle università di tutto il mondo, l’Italia attira braccianti agricoli.

Esiste certamente alla radice dello sviluppo di un’economia capitalistica la necessità per il capitale di stratificare il mercato del lavoro, per costruire settori poveri di forza lavoro, che garantiscano l’accumulazione e i profitti. Ma il vero problema del nostro paese è che la parte maggioritaria dell’occupazione è oramai concentrata nel settore più povero del lavoro.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito, dice il proverbio. Allora forse gli immigranti sono il dito e il sistema economico la luna. Dobbiamo decidere se fermarci al dito, oppure mirare alla luna. Ma dobbiamo anche modificare il proverbio: chi si sofferma così tanto sul “dito” dell’immigrazione non lo fa perché è stolto. L’occhio in questo caso si sofferma su una piaga grave, concreta, oggettiva. Il detto potrebbe diventare: quando il saggio indica la luna, il sofferente guarda il dito.

Non è negando i problemi delle nostre periferie legati all’immigrazione, né rimuovendone i contrasti sociali, culturali, religiosi che si risolverà il problema. Anzi, così facendo chiuderemmo gli occhi sia di fronte alla luna, sia al dito, confermando a milioni di nostri concittadini quel che già sentono in cuor loro: che sono soli e abbandonati.

L’Italia era una grande potenza industriale, mentre ora è diventata una semplice periferia dell’impero; d’altra parte il sistema si adegua al livello di competenze della sua offerta di lavoro. Se il bacino di offerta di lavoro si dequalifica, anche tramite l’immissione di grandi quantità di immigrati, verrà meno l’incentivo a fornire maggiore valore aggiunto alle produzioni.

Come ci insegnano gli economisti, tra due beni necessari alla produzione, capitale (cioè investimenti) e lavoro, gli imprenditori utilizzeranno tendenzialmente il bene che costerà di meno. Dopo il bazooka di Draghi il denaro costa poco, ma le banche non lo prestano facilmente a chi fa impresa: i profitti sono infatti molto maggiori per gli investimenti finanziari che per quelli nell’economia reale. Il lavoro, invece, può essere immigrato, nero, irregolare, precario, ed è oggi sempre più abbondante. Meglio più lavoratori sottopagati che un macchinario all’avanguardia, per banalizzare all’estremo.

L’offerta di lavoro quindi si lega a un sistema industriale dismesso, alla debolezza del nostro apparato produttivo che crea una domanda di lavoro a basse competenze e bassi salari. E solo dentro alla trasformazione degli assetti produttivi italiani (nell’assetto più complessivo della divisione internazionale del lavoro) si può parlare di omologazione delle condizioni di lavoro tra migranti ed autoctoni. Il problema è principalmente questo.

L’obiettivo deve essere invertire la rotta, aprendo un conflitto con l’Europa e con tutti i livelli istituzionali ad essa collegati. Frenare l’immigrazione senza proporre una nuova politica industriale e un nuovo paradigma produttivo, significa esclusivamente raccontar(si) delle storie (Althusser).

In conclusione, che la manodopera straniera in alcuni casi vada a occupare posti che potrebbero essere appannaggio della manodopera nazionale è una realtà oggettiva, frutto della crisi e del declino economico e produttivo del nostro Paese. E accettare il fatto che in alcuni casi gli immigrati entrino direttamente in competizione con i lavoratori locali, è un primo passo verso il riconoscimento della realtà. Ma questo è il risultato di molteplici cause storiche, sociali e politiche, non di una strategia preordinata di “sostituzione” dei popoli europei. Non esiste il “Piano Kalergi”.

I complotti sono nella storia, ma nella storia non tutto è un complotto; qualche setta o organismo segreto proverà anche a tramare nell’ombra, ma ciò che caratterizza le élite è essenzialmente un insopprimibile conflitto strategico per dirigere a vantaggio dell’una o dell’altra le “cose che accadono”. Pertanto, l’immigrazione va davvero gestita nella sua concretezza. “Tutti dentro” o “tutti fuori” sono solo slogan da campagna elettorale, che vanno smascherati e smontati. Ne parleremo ancora, quindi restate sintonizzati.

L’anestesia serve a non provare dolore, ma fa chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Al contrario, l’acido kalergico può avere un suo fascino, ma va assunto con estrema moderazione. Crea forte dipendenza psichica, e non è raro dia luogo a disorientamento, panico, paranoia e «bad trip».

 

 

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Accogliamoli tutti

L’idea dell’accoglienza illimitata è sostenibile all’interno di un contesto di prosperità, di sufficiente copertura dei servizi sociali, di creazione di posti di lavoro. Cioè di benessere diffuso e sufficientemente redistribuito. Non è il nostro caso, purtroppo. Si deve scegliere fra priorità, fra l’aiutare i propri cittadini o agire nel nome di un egualitarismo di maniera che non aiuta nessuno, né i propri cittadini né, alla lunga, gli immigrati.

Definire l’italianità il criterio per favorire, nell’assegnazione di servizi sociali, alcune famiglie rispetto ad altre, probabilmente non è di sinistra, non è cristiano, non è giusto. Ma non si può, non si deve, evitare di guardare cosa realmente si muove nella pancia, nel cuore e nella testa di quelle famiglie italiane che si trovano dietro a quelle immigrate, più numerose, in queste particolari graduatorie della disperazione.

Non ci sono soluzioni facili, come per tutti i problemi complessi. Ci sono però narrazioni che mistificano, a destra e a sinistra.

I radical chic amano i profughi, purché non a Capalbio. La destra vagheggia impossibili stop all’immigrazione. In mezzo ci siamo noi, che a Capalbio ci possiamo permettere di acquistar poco o nulla; e la seconda casa ce l’abbiamo, se va bene, a Montoso. In mezzo, ci sarebbe da gestire un fenomeno imponente e problematico, in una società che non è più opulenta come una volta.

Che interi segmenti produttivi e mestieri siano stati spazzati via dalla globalizzazione è un dato di fatto. Che gli immigrati si concentrino in quartieri periferici, lasciando relativamente tranquilli i ceti medi urbani, è anch’esso un dato di fatto. Che la concorrenza degli immigrati tocchi soprattutto i ceti popolari è ancora un dato di fatto. Che una parte dei posti di lavoro conquistati dagli immigrati siano sottratti ai nativi, e che in alcuni settori la presenza di un “ceto industriale di riserva” composto da immigrati possa comprimere i salari e peggiorare le condizioni di lavoro di tutti è evidente.

Non è che a sinistra non lo sappiano. E’ che non gliene frega niente.

A destra lo sanno, forse, ma sono intontiti dallo slogan improbabile “aiutiamoli a casa loro”.

I primi ad essere felici dello stop all’immigrazione sarebbero proprio i migranti, costretti a spostarsi alla ricerca di un futuro migliore. Per frenare il fenomeno andrebbero fatte cose che saremmo ben lieti di vedere: andrebbe redistribuito il potere tra salari e profitto, a favore dei salari, per offrire lavori dignitosi e creare nuove opportunità lavorative; non lavori a basso costo per poveracci. Andrebbero cambiate le politiche ambientali per evitare gli effetti del riscaldamento globale e quindi le migrazioni dovute a disastri ambientali. Andrebbero fermate guerre dietro a cui si celano le grandi potenze globali. Andrebbero sposate politiche di sviluppo locale ben diverse da quelle che noi occidentali attuiamo ora, basate sull’estrazione di risorse naturali e sul trading finanziario di materie prime alimentari. E soprattutto, andrebbero creati spazi di democrazia in quei paesi dove i dittatori sono “figli di puttana, ma sono i nostri figli di puttana“. Una strategia mondiale di inversione di rotta che non esiste oggi. Chi parla di aiutarli a casa loro mente sapendo di mentire.

Tra l’impossibile “accogliamoli tutti, senza se e senza ma” della sinistra e l’altrettanto impossibile “fermiamo l’invasore” della destra, ci siamo noi, alla ricerca di un possibile compromesso.

Un compromesso di convivenza in un quadro in cui c’è lavoro perché viene redistribuito, ad esempio. In cui le politiche d’austerità lasciano spazio a politiche espansive che si occupano delle nostre periferie abbandonate, per fare un altro esempio. Un mondo dove vivremmo meglio tutti noi, autoctoni o immigrati, che faremmo a meno di facili slogan elargiti a piene mani da palazzi del centro storico di Roma o dalle piazzette di Portofino.